Elezioni: quando si preme il pulsante reset

Ora c'è una prateria politica che nasce da queste elezioni. Bisogna "solo" vedere chi riuscirà a galopparci

Elezioni 2016
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A Roma e Torino, con queste elezioni, i cittadini hanno premuto il pulsante reset. A Napoli non c’è storia lo hanno confermato e a Milano il tasto non è stato premuto per stretta misura. Non è la prima volta per Roma. Successe già con Aragan e segui con Petroselli. Ora con Raggi e specialmente, se saranno confermati, con Paolo Berdini, Luca Bergamo, Paola Muraro e Andrea Lo Cicero, si potrebbe aprire una nuova stagione politica. Si è arrivati a Roma a un punto d’incrinatura sociale, quasi rottura, che si trova su tutti i manuali di sociologia del primo anno. Un’ipotesi reale ma scomoda per gli esponenti politici nazionali ed europei che imporrebbe loro una “dialettica politica” reale con i cittadini, ma che preferisce non vedere, nel tentativo di neutralizzarla con un consociativismo indotto e che vuole espropriare i cittadini della propria ricchezza accumulata dal dopoguerra a oggi, a partire da quella Bretton Woods tanto odiata dai governanti di questa Europa che appena sentono il nome di Keynes ti coprono di fango.

E direte cosa c’entrano Bretton Woods e Keynes con le periferie di Roma, di Torino, con il tasso di disoccupazione giovanile, con lavoro, welfare e sanità? C’entrano perché è li in quelle geografie dimenticate, in quei territori che le strategie della finanza internazionale che influenzano i governi da anni, incontrano la carne e il sangue di cittadini già feriti e dimenticati da decenni di “non politica”, di una politica che ha perso qualsiasi capacità d’ascolto, di offrire valori reali e di capacità di visione. Una politica che ha perso da lungo tempo anche la capacità di rinnovarsi chiudendosi in quella che Roberto Michels chiamava: «la legge ferrea dell’oligarchia», nella quale le classi politiche «non si sostituiscono puntano, invece, all’amalgama, si servono della cooptazione per non perdere mai il loro potere». E Michels non è uno qualsiasi. La sociologia del partito politico l’ha inventata ai primi del ‘900, collaborando con Max Weber.

Una politica con così poca visione non può andare che verso una rottura sociale, è solo questione di tempo e di contesti. E il contesto se da un lato favorisce l’autoconservazione dell’oligarchia politica a scapito anche dello stesso partito, cosa che sta succedendo al PD, ad altre forze politiche specialmente di sinistra ed ecologiste, in Italia, sindacati compresi, – Michels aveva analizzato la questione del primato della persona-politico sul partito addirittura prima della Repubblica di Weimar – dall’altro le democrazie, i parlamenti e le costituzioni, nate spesso dopo eventi traumatici come guerre e rivoluzioni sono viste, come nel caso del Fiscal Compact e degli accordi internazionali TTIP e CETA, come degli inutili ostacoli da rimuovere in nome di potentati forti, distanti dalle persone e che soprattutto vogliono appropriarsi della ricchezza delle persone.

Divago troppo? Non credo. La ricchezza delle persone è sui territori, così come sui territori si usano e consumano le cose e le risorse prodotte e gestite – si pensi solo al caso dell’energia – attraverso provvedimenti e sistemi internazionali decisi in contesti che hanno un contenuto di democrazia pari allo zero e sempre sui territori si annulla lavoro grazie all’uso capitalistico dell’innovazione che si fa magari all’altro capo del mondo, nella tanto osannata “silicon valley”. Ed è solo l’inizio perché i nostri territori stanno solo iniziando a subire gli effetti dei cambiamenti climatici che chiameranno in causa i sindaci e le giunte comunali molto più presto di quando la politica internazionale non abbia sperato, fissando, a Parigi, degli obbiettivi blandi su orizzonti temporali incredibilmente lunghi, non ponendo così alcun problema alla politica economico/finanziaria esistente. E in questo quadro c’entra assai la politica urbanistica dei comuni, rispetti a fronti come la qualità della vita, l’assetto idrogeologico e l’ambiente. Per non parlare del referendum sulle trivelle, non associato alle elezioni amministrative con l’evidente scopo (riuscito) di farlo fallire sotto la regia dei potentati fossili, fatto che ha portato Renzi a rompere con gli oltre 12 milioni di cittadini che hanno creduto in questo referendum.

E la reazione da parte di molti poteri forti sarà rabbiosa. A Roma i palazzinari scateneranno e faranno scatenare l’inferno contro Virginia Raggi, ma anche in previsione del referendum costituzionale a questo punto messo in serio dubbio, dobbiamo attenderci cose che “voi umani non avete mai visto”. Del resto giocare con il lavoro, le pensioni, i diritti, la salute alla fine fa arrivare al punto di rottura sociale, mentre anche per questi motivi la narrazione renziana sembra essere arrivata alla corda. Non sono serviti a Giacchetti le olimpiadi, le strutture sportive nei quartieri, gli stadi delle squadre di calcio, per mitigare la sconfitta alle elezioni.

Roma, Napoli, Torino, Milano al 50% e mettiamoci anche Latina, laboratorio della privatizzazione dell’acqua nonostante il referendum dove alle elezioni ha vinto una lista civica Latina Bene Comune al ballottaggio con la destra, raggiungendo un ottimo 76% e con il Pd che al ballottaggio non ci è arrivato, non sono punti di rottura, ma solo le prime incrinature prodromi  della rottura. E non si dovranno usare scorciatoie facili nell’interpretare il voto, del tipo M5S=destra, Casapound ecc.ecc. M5S ha coperto uno spazio politico. Uno spazio politico che sembra essere in gran parte di sinistra, visto che M5S a Roma conquista 13 municipi su 15, lasciando al PD solo il centro e Parioli. Ossia i più ricchi. E quando lo si lascia scoperto lo spazio politico delle persone/elettori qualcuno lo occupa. La base della dialettica politica è questa, ed è semplice e naturale. In molti, specialmente a sinistra se ne sono scordati, o forse non hanno mai imparato a fare ciò. E ora in alcune città, all’opposizione, potranno studiare. Per 5 anni. Se sono in grado di farlo. Ma sarà uno studio duro che imporrà una selezione del personale politico su proposte, contenuti e visioni. Soprattutto visioni, perché alle persone devi proporre soluzioni, ma anche futuro, solido e basato su dati, proiezioni, studi scientifici. E su questo punto Renzi è sconfitto in partenza perché nella sua narrazione il futuro è dipinto, se è dipinto, con colori tenui, sfocati e soprattutto è troppo copiato da altri pittori. È una prateria politica, quella che nasce da queste elezioni. Bisogna “solo” vedere chi riuscirà a galopparci.

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8 Commenti su Elezioni: quando si preme il pulsante reset

  1. Concordo pienamente, speriamo che questa voglia di nuovo che finalmente si sta facendo strada in italia, porti i suoi frutti.

  2. Devo rileggerlo con piu’ calma. Privilegi mi sembra troppo l’ adpetto amministrativo (le giunte). Vi e’ statouna voglia di cambiamento , qui a Novara dal PD alla.Lega , addirittura. Che come nelle elezioni del ‘ 75 il PCI sfondo la DC , ma che poi non si tradusse in prendersi responsabilita’ da parte del popolo. Ci sono analogie. Il tema e’ sempre quello come i lavoratori ed i poveri si responsabilizzano e smettono di delegare il proprio domani ? Il Sufragio Universale e’ importante ma a qusndo le Comuni (femminili) di lavoro e sociali ?

  3. I quattro scelti dalla Raggi sono ottimi, ma tra tutti hanno un caratterino, specialmente Berdini, che mi sa che non sarà una passeggiata. Certo Berdini Vs Caltagirone se lo lasciano fare sarà uno spettacolo. Mi aspetto le ruspe a Terrazze del Presidente 🙂

  4. Analisi lucida e produttiva.
    In questa prateria politica e’ evidente che qualcuno ha cominciato a galoppare occupando grandi spazi.

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