Fossili all’attacco

Aumentano nel 2016 i consumi di fossili. Unione Petrolifera stima consumi alti, incompatibili con il clima, fino al 2040

Petrolio Fossili
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[25 giugno 2016] Un 2016 problematico per clima ed emissioni. Oltre all’anomalia climatica che ha afflitto la primavera lo scioglimento dei ghiacci Artici, anche l’Italia, sta facendo la sua, cattiva, parte. Nei primi cinque mesi del 2016, infatti, i consumi petroliferi, ossia le fonti fossili, sono apparsi in leggera crescita, con un progresso dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2015. Eppure l’Italia dovrebbe aver firmato l’accordo di Cop21 aParigi. Il dato non è di un’associazione ambientalista, ma  emerge dalla relazione annuale dell’Unione Petrolifera che è stata illustrata dal presidente, Claudio Spinaci. Il gasolio si conferma il principale prodotto autotrazione con circa il 39% dei volumi totali consumati,seguito dalla benzina con il 13%. Secondo le previsioni elaborate da Unione Petrolifera, la domanda d’ energia nel 2020 dovrebbe attestarsi intorno ai 165 Mtep per poi salire a 169 nel 2030, grazie al recupero dell’attività economica. Nel 2022-2023, secondo l’Unione Petrolifera si dovrebbe tornare ai valori del Pil prima della crisi del 2007, ma saranno consumati oltre 20 Mtep in meno di energia. E ciò dovrebbe risultato  dell’efficienza energetica che sta, lentamente, disaccoppiando il Pil dai consumi energetici anche da noi, oltre che nel resto del Pianeta. Buone notizie quindi? Non esattamente. Il petrolio e i suoi derivati rimarrà la prima fonte sino al 2019, con un peso del 34,5%, per poi essere superata dal gas, 35,4%, ma mantenendo una quota ancora attorno al 32;33% sino al 2030.

«La realtà è che i prodotti di origine fossile coprono oggi circa il 90-95% della domanda di energia per il trasporto e nel 2040, secondo Unione Petrolifera, pur ridimensionati al 70-75% del totale, rappresenteranno comunque la fonte primaria di approvvigionamento per la mobilità di merci e persone in Europa – ha affermato all’Assemblea di Unione Petrolifera, il presidente, Claudio Spinaci – Il restante 25-30% della domanda sarà progressivamente coperto da carburanti e combustibili alternativi (idrogeno, elettricità, bio-gas, ecc.), verso i quali noi non abbiamo alcuna preclusione ideologica. Chiediamo solo che nella scelta delle priorità di realizzazione siano tenute in debito conto le necessarie analisi tecnico-economiche per evitare inutili sprechi di risorse».

Quindi una visione di corto periodo, secondo i petrolieri, che di sicuro non sarà utile alla drastica riduzione della CO2 che sta emergendo dalle relazioni scientifiche del mondo della scienza. «Bisognerà avviare prevalentemente le iniziative dalle quali si può ottenere la massima riduzione di CO2 per ogni euro investito, evitando soluzioni semplicistiche e demagogiche. Ad esempio, a me pare che non abbia molto senso sviluppare diffusamente la mobilità elettrica fin quando alcuni produttori continueranno a produrre più del 50% della loro elettricità usando il carbone. – ha proseguito Spinaci – Quindi siamo assolutamente consapevoli che la domanda di prodotti petroliferi è destinata a contrarsi, ma siamo altrettanto convinti che, pur con incidenza minore, questi rimarranno essenziali nella mobilità almeno per i prossimi 20-30 anni». Ed ecco qui che si manifesta, se ce ne fosse bisogno la “santa alleanza fossile” tra i petrolieri e le case automobilistiche più arretrate. Forse sfugge a Spinaci che se con un colpo di bacchetta magica i 36 milioni di veicoli italiani tutti ora alimentati a fonti fossili diventassero elettrici, le emissioni di CO2 del settore trasporti, per non parlare dell’inquinamento locale, diminuirebbero del 40% in Italia, visto che questa è percentuale dell’elettricità prodotta lungo lo Stivale.

Questo articolo è stato pubblicato su Tekneco

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