L’ambientalismo che innova. Intervista a Rossella Muroni. Presidente nazionale di Legambiente

Rossella Muroni Legambiente
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Rossella Muroni è la nuova presidente nazionale di Legambiente, organizzazione nella quale è entrata nel 1996, «facendo le fotocopie», sono parole sue. Le abbiamo chiesto quali sono oggi le sfide per Legambiente, con un occhio al passato e uno al futuro. Legambiente ha 35 anni.

Molti dei contenuti passati dell’associazione oggi li troviamo nelle dinamiche delle istituzioni. In questo quadro qual è il ruolo delle associazioni ambientaliste?
«Le associazioni ambientaliste oggi hanno un ruolo se sanno essere interpreti dei cambiamenti. L’ambientalismo ha smesso di essere un tema elitario e la nostra sfida è quella di diffonderlo facendo sempre di più cultura popolare senza abbandonare, ovviamente, ciò che ci ha sempre contraddistinto: l’ambientalismo scientifico. L’ambientalismo possiede tutti i numeri per dimostrare che a partire dalla centralità ambientale ci sono le basi per nuovi movimenti. Oltre a ciò c’è una centralità del linguaggio sui temi ambientali, come nel caso dei cambiamenti climatici che sono argomento anche della politica, mentre qualche anno fa c’era un negazionismo disarmante. Si direbbe che da parte della politica, almeno di facciata, ci sia una maggiore consapevolezza. Ma attenzione, ciò non significa che abbiamo vinto la sfida dell’acculturazione, anzi. Il governo è la massima espressione di questa contraddizione, è consapevole del fatto che non può esimersi da un linguaggio che tenga conto delle questioni ambientali, ma poi è a favore delle trivelle».

E quindi?
«Penso che l’ambientalismo debba ragionare sul fatto che ora il compito è molto più ampio. Abbiamo una responsabilità più vasta, non si tratta più solo di fare testimonianze, dobbiamo “sporcarci le mani” ed entrare nei processi, fare in modo che le alleanze per la costruzione di una società più equa, più giusta e più pulita, siano l’obiettivo di molti e anche di alcuni soggetti molto diversi da noi»

Già, però abbiamo un accordo come quello di Parigi che coesiste con politiche, come quella italiana sulle trivelle o quelle europee sull’inquinamento delle auto, che vanno in senso opposto. Qual è il ruolo degli ambientalisti in questo quadro?
«Dobbiamo far stringere la forbice tra i proclami e le azioni, costringendo le istituzioni alla coerenza. Il governo Renzi sotto questo aspetto ne è l’esempio lampante. All’inizio ha fatto tutta una serie di proclami “green” e poi ci ha portato indietro sulle rinnovabili e verso le trivelle. È paradossale che un governo “giovane”, come quello Renzi, guardi a un modello energetico del secolo scorso. Il nostro compito è di fare luce su queste contraddizioni. È una questione che va oltre l’aspetto energetico. Questo governo ha salvato l’inutile autostrada Brebemi dal fallimento e continua a costruirne, non investe sul trasporto ferroviario e continua a favorire il trasporto su gomma. Su questioni come queste il nostro ruolo è di far cogliere ai cittadini l’incongruenza tra le dichiarazioni e la vita quotidiana. Dobbiamo lavorare affinché gli italiani eleggano i propri rappresentanti in base alla loro coerenza sulle politiche, specialmente ambientali che influiscono in maniera diretta sulla salute».

C’è qualche risultato?
«Sì, lo scorso anno abbiamo ottenuto la legge sugli ecoreati, frutto di un annoso lavoro delle associazioni, della pressione popolare e del Collegato ambientale. E su questo bisogna riconoscere la positività dell’azione del governo Renzi. Per il 2016 speriamo di portare a casa la riforma della legge 394 sui parchi, una legge sul consumo del suolo, la riforma delle Agenzie regionali protezione ambientale (le Arpa n.d.r.) e una legge contro l’abusivismo edilizio e dobbiamo fare pressione affinché la politica sia costretta a decidere in maniera assolutamente coerente».

Si direbbe, però, che molti cittadini siano poco reattivi circa le questioni poste dalle associazioni. Che ne pensi?
«No, non credo. Assistiamo a un’evoluzione interessante. Vediamo che ogni anno i volontari che aderiscono alle nostre iniziative crescono. Nell’ambito di iniziative come “Puliamo il mondo” o “Spiagge e fondali puliti” crescono i cittadini che vi partecipano e diminuiscono i rifiuti raccolti. Due indicatori che ci raccontano un progresso lento ma costante. Poi non si deve sottovalutare ciò che è successo il 29 novembre scorso. C’è stata una manifestazione sul clima che non avuto precedenti in Italia, nella quale oltre alle grandi organizzazioni c’era una moltitudine di cittadini singoli».

A Roma però, che versa in condizioni molto gravi, tutta questa partecipazione popolare ai problemi della città non si vede. E quindi?
«Le città come Roma hanno un problema che va ben oltre l’ambientalismo. C’è un distacco tra la partecipazione al miglioramento e la vita quotidiana, perché la grande città oggi è un luogo dove si transita per motivi di lavoro, c’è un’intera generazione che a Roma è stata buttata fuori del grande raccordo anulare a causa della speculazione edilizia e del costo della casa. Ci sono dinamiche che hanno leso il tessuto sociale, ma al contempo ci sono laboratori con decine di buone pratiche di socialità, di coesione sociale e di cura dell’ambiente. Si tratta di esperienze puntiformi che, con ogni probabilità, non saranno intercettate dalla politica durante la campagna elettorale per il comune di Roma. Credo che Roma prima di tutto abbia un problema d’identità che un problema sociologico, prima di politico».

Interessante. Da parte di alcuni si accusa l’ambientalismo di non occuparsi di sociale ma dalla tua risposta mi sembra il contrario. Legambiente come intende lavorare in questo senso?
«Noi di Legambiente siamo abbastanza avanti. Lavoriamo su questo fronte da anni. Mi ricordo che nel 1998 già ragionavamo con la Cgil di ambiente e di lavoro. Abbiamo sempre posto una grande attenzione al rapporto tra le due tematiche anche perché abbiamo sempre saputo che le “ricette ambientaliste” per essere credibili, popolari o meglio, desiderabili come diceva Alexander Langer, devono rispondere a bisogni sociali quali il lavoro, la qualità della vita e i servizi. È un nodo di realtà attraverso il quale deve passare ogni ricetta, anche quella più virtuosa dal punto di vista ambientale. Ciò si vede in maniera netta sul tema delle rinnovabili. Dal nostro punto di vista tutte le rinnovabili, devono essere accettate socialmente, essere rispettose del paesaggio, avere una ricaduta positiva in termini di lavoro e d’identità comunitaria; non possono essere elemento di conflitto o rifiuto da parte della comunità locale. E di nuovo torniamo alla politica il cui compito principale deve essere quello di mediare tra le idee, avere una capacità di sintesi tra le istanze diverse. Ma è uno dei primi compiti a cui la politica ha abdicato, perché è quello più scomodo e porta di meno in termini elettorali. Come Legambiente abbiamo sempre coniugato le istanze diverse ed è questo il futuro: dimostrare che le ricette ambientali reggono e sono coerenti dal punto di vista economico e occupazionale».

Quindi sulle rinnovabili che oggi sono “rifiutate”, sui territori cosa si deve fare?
«Noi abbiamo sempre avuto una posizione netta e a favore delle rinnovabili, tutte, purché si facciano bene. Un errore che fatto in passato dai governi è stato la gestione degli incentivi che ne hanno offerto una visione distorta a livello mediatico più vicina al mondo della finanza che ai cittadini, così come è sbagliato pensare che, poiché la mafia penetra nell’eolico in Sicilia tutto l’eolico è influenzato alla mafia. Pensare in questi termini è una follia. La mafia penetra anche nell’agroalimentare, ma non per questo si smette di mangiare. A tutto ciò si è innestata una territorializzazione del conflitto, che non riguarda solo le rinnovabili, ma tutto ciò che arriva sui territori. C’è una sfiducia fondamentale per tutto ciò che è nuovo. Ancora un problema sociologico».

La scienza è sempre di più messa in discussione dall’opinione pubblica. L’Aquila, i vaccini, la Xylella e Stamina, solo per citare alcuni esempi. Come si fa ambientalismo scientifico in questa situazione?
«Assistiamo alla messa in discussione di tutto e per tutto. E ancora una volta è un problema di fiducia e di credibilità, per cui torniamo all’aspetto sociologico, mentre il mondo della ricerca, a causa dei continui tagli che lo indeboliscono e che fanno andare le forze migliori all’estero, si è chiuso in se stesso. Noi, anche per superare ciò, abbiamo da anni un progetto molto serio e di cui siamo molto orgogliosi, “Energy Think”, che facciamo con Eni. Il rapporto con Eni è un rapporto difficile e controverso visto che partiamo da due punti assolutamente diversi, ragione per la quale non la penseremo mai alla stessa maniera; ma con Eni possiamo fare qualche cosa assieme, ossia aiutare i giovani ricercatori a trovare soluzioni per il domani. Per questo progetto, abbiamo tenuto nelle università italiane un ciclo di conferenze sui temi ambientali, ospitando ricercatori da tutto il mondo. Il tema della ricerca deve essere un terreno di confronto, di dialogo tra punti di vista diversi. Proponemmo l’iniziativa rivolta ai giovani ricercatori italiani a Eni quando fummo informati che investiva sul Mit di Boston».

Nel 1990 uscì un supplemento a l’Unità e a il manifestoche raccoglieva una serie di articoli dei massimi ecologisti italiani, come Laura Conti, su un dibattito innescato da Calo Bernardini “Api o architetti. Quale Universo, quale ecologia”. Si trattava di un dibattito dai tratti anche duri e appassionati. Oggi il dibattito intellettuale sull’ecologia come lo giudichi?
«Penso che ci sia meno il gusto del confronto, meno tensione intellettuale. All’epoca c’era una passione per il contenuto del confronto che oggi è molto più rara, anche nelle modalità. Abbiamo la battuta via Twitter o il commento strumentale per uscire sui media. Prima c’era più rigore e ciò lo avverto. La provocazione c’era sempre, pensiamo a Marcello Cini un maestro sotto questo profilo ma con grande rispetto e stile. Oggi si parte subito con la demonizzazione della tesi contrapposta fine a se stessa. All’epoca c’era una tensione intellettuale che in parte si è persa, anche perché siamo stati travolti dai mezzi di comunicazione e si guarda più alla forma che alla sostanza. C’è bisogno di una semplificazione perché l’ambientalismo non può essere chiuso nei salotti, ma attenzione, semplificazione, ossia il farsi capire dalle persone, non è sinonimo di semplicismo. Per noi questo è fondamentale e ci stiamo lavorando, come sempre».

Intervista realizzata da Sergio Ferraris, direttore di QualEnergia, pubblicata sul numero 1 2016 di QualEnergia.

Vedi la versione interattiva per tablet e web dell’intervista.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*