Stragi per l’energia

L'energia fossile è sempre e comunque all'interno delle dinamiche violente e conflittuali. Anche nel caso di Parigi

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Le stragi di Parigi, non sono una guerra religiosa o di civiltà. Nascondersi dietro a questo alibi significa giustificare tutta la politica, anche economica e geopolitica – dissennata e di breve periodo – che ha caratterizzato l’azione dell’occidente dal dopoguerra a oggi. E la spiegazione, se vogliamo inquadrarla in un contesto allargato possiede, spesso, un solo denominatore. L’energia. Sfugge, ai più in queste ore, infatti, il fatto che l’interesse per l’area da parte dell’occidente è stato solo ed esclusivamente geopolitico e fondato sulle fonti fossili. Ma andiamo con ordine.
Fino al 1991 l’equilibrio della zona fu in linea di massima garantito con l’appoggio da parte dei paesi occidentali – il blocco sovietico in quegli anni stava collassando- di dittatori sanguinari ai quali si garantiva l’impunità interna, in cambio di flussi d’energia – petrolio e metano – certi e costanti e di una certa stabilità politica. Unica nota stonata la guerra Iran-Iraq che però fu isolata in maniera chirurgica. 25 anni fa con l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein iniziò il collasso. Ma una cosa bisogna sapere. Il Kuwait non esiste. Fu un’invenzione dell’occidente al tempo della spartizione del Medio Oriente, per non fare dell’Iraq il più grande produttore del mondo di petrolio. Ecco perché nel 1991 arrivò il pugno di ferro dell’occidente contro Saddam che però si fermò al raggiungimento dell’obiettivo – la “liberazione” del Kuwait – senza invadere Bagdad. Bastava il risultato (i pozzi) senza abbattere i simboli. Puro calcolo politico. Ossia la consapevolezza che era il sanguinario Saddam Hussein a garantire la stabilità di un paese fratturato in profondità dalle diversità religiose tra Sunniti e Sciti.

Dittatura laica
Nel 1998, in Iraq, incontrai una società profondamente laica, dove il ruolo delle donne era determinante, colta al punto che i musei erano più rispettati che oggi in Italia e che nulla aveva a che fare con i taglia-gole dell’Isis di oggi. Nel frattempo, però, iniziava a dilagare l’accoppiata crisi economica soluzione religiosa che oggi è alla base del problema. Nel 1993 in Somalia vidi con i miei occhi come le scuole, gli ospedali, gli orfanotrofi islamici, erano gli unici a funzionare a dare risposte concrete, quando lo stato somalo si era di fatto estinto. Nel frattempo il collasso della Jugoslavia fu immediato, dopo la caduta del Muro di Berlino, con la il conflitto in tutto il paese, durante al quale, un’Unione Europea che progettava in quegli anni la moneta unica, assistete inerte all’assedio di ben quattro anni di Sarajevo, al ritorno delle fosse comuni e dei campi di concentramento, con i cecchini a sparare sui civili – ricordate la foto dei due ragazzi uccisi mano nella mano mentre tentano di fuggire dalla loro città: Sarajevo. In questo caso l’energia non c’entra, ma l’episodio è sintomatico di un certo atteggiamento europeo per ciò che è “oltre ai confini”. Nel frattempo le contraddizioni continuavano in Afghanistan, dove l’occidente in chiave antisovietica appoggiava con una buona dose di miopia i mujahidin, compreso lo stesso Bin Laden. Ma la crisi dell’equilibrio emerso da Yalta, che era già traballante con il crollo del Muro di Berlino nel 1989, ricevette il colpo mortale dall’attentato delle Torri Gemelle dell’11 settembre.

Irrazionalità politica
Quell’evento, infatti, fece piazza pulita di una certa dose di razionalità geopolitica che aveva, nel bene o nel male, caratterizzato l’Occidente dal dopoguerra a oggi. Alla geopolitica orientata da scelte economiche si è sostituita quella realizzata in funzione della politica interna, ossia al servizio dell’opinione pubblica e delle proprie elezioni. Ecco quindi che alle analisi economiche, perverse e di parte, si è sostituita la ricerca dei simboli, arrivando a inventare le armi di distruzione di massa pur di non dichiarare che l’obiettivo era, ed è, il petrolio. E l’Iraq di Saddam è stato il primo obiettivo. E con un attacco – che ha destabilizzato in maniera definitiva l’Iraq sul fronte interno, specialmente quello religioso – gli integralisti religiosi non potevano ricevere un regalo migliore. Il tutto supportato dagli altri paesi Opec, Arabia Saudita in testa, che non vedevano l’ora di continuare a sterilizzare la capacità produttiva di petrolio irachena. Il tutto con un eredità pesantissima, per l’Iraq, fatta di un milione di morti civili iracheni in una dozzina d’anni, su una popolazione di 37 milioni. E dopo l’Iraq la destabilizzazione dell’area mediorientale è continuata.

Da primavera a inverno
L’occidente ha soffiato sul fuoco, delle, sacrosante, “Primavere arabe” non andando oltre le promesse di maniera. Le Primavere arabe, infatti, avevano due denominatori. Il primo il desiderio di libertà e il secondo l’economia. E l’occidente a parole e attraverso i propri media ha appoggiato le rivolte, non facendo seguire le parole ai fatti. Non ha investito sui nuovi embrioni politici democratici e meno che mai ha fatto qualcosa per consentire alle economie dei paesi arabi di svilupparsi. Come nel caso della Libia, dove la destabilizzazione di Gheddafi è stata realizzata, rigorosamente per via aerea, solo dopo che il colonnello ha innalzato le royalties petrolifere a livelli “insopportabili” per le compagnie petrolifere occidentali, francesi in testa. E poi s’arriva al capitolo finale: la Siria. Il paese non è un grande produttore di petrolio, ma è strategico per il passaggio del greggio attraverso gli oleodotti. E qui si è compiuto il misfatto. Gli Usa si sono disinteressati al problema, in quanto il petrolio del Medio Oriente, per loro, non è più strategico, anzi. Con il l’estrazione delle fonti fossili con il fracking sul loro territorio hanno iniziato a disinteressarsi del Medio Oriente, e dell’Afghanistan che sono diventati problemi dei russi, dei cinesi, e degli europei. I primi due le questioni energetiche le hanno risolte, per ora, da sé. La Russia è autonoma, mentre la Cina dipende dal petrolio, ma si è assicurata una rotta di rifornimento grazie anche a una flotta militare che è stata realizzata appositamente per difenderla.

Europa in ordine sparso
Rimane l’Europa, che nell’incertezza ha deciso, come nel caso di Sarajevo di vivere alla giornata. Sapendo che le importazioni petrolifere non dipendono solo dall’Opec e che comunque il fronte petrolifero, con il barile a 44 dollari, è diviso e alla ricerca di sbocchi commerciali a tutti i costi. Quindi quella fetta di Medio Oriente allo stato attuale non è strategica e può essere tranquillamente abbandonata. Tanto il petrolio lì rimane, indipendentemente dal regime che vi prolifera sopra e con il quale si potranno sempre fare buoni affari. Non è un caso infatti che Isis venda di contrabbando petrolio per 50 milioni di dollari al mese e a prezzi che stanno per un buon 35% sotto a quelli ufficiali. In questo quadro ovvio che della Siria, con i suoi 200mila morti in quattro anni alla fine non importi nulla a nessuno. Ed è altrettanto ovvio che saranno in pochi coloro che metteranno i “boots on the ground” – gli stivali sul terreno – per liberare un territorio che comunque vada produrrà affari, Isis o non Isis. Così come nessuno aiuterà i peshmerga curdi nella creazione di un loro stato che dovrebbe essere composto da un terzo di Siria, un terzo di Iraq e un terzo di Turchia, il tutto condito con una buona riserva di petrolio. Non sia mai. I curdi sono laici, democratici e nella loro società il ruolo delle donne pesa e non poco. Meglio contenere l’Isis, blandire i suo alleati nemmeno troppo sotterranei, come Turchia e Arabia Saudita, e aspettare di rifare affari con “l’uomo forte” di turno. Sperando che i taglia-gole dell’Isis rimangano all’interno dei suoi confini, evitando di spargere sangue di europei e occidentali che come abbiamo visto è più “nobile” di quello russo imbarcato sull’Airbus abbattuto o di quello libanese di qualche giorno addietro. Ma non è detto che Isis si accontenti d’essere contenuto. Nel sud dell’Iraq c’è molto più petrolio che al nord e si trova anche lo sbocco al mare. E Isis pur di ridurre le resistenze internazionali potrebbe proseguire nell’attacco all’Europa, la quale, esausta, potrebbe chiedere alla Russia di fermare gli attacchi aerei che ora stanno danneggiando non poco il califfato, magari usando come moneta di scambio la fine delle sanzioni alla Putin, cancellando così la questione Ucraina. Dove, guarda caso, passano i gasdotti per l’Europa. Sempre d’energia i tratta.

Nella foto: un uomo prega sotto un ritratto di Saddam Hussein, al posto di confine tra Iraq e Giordania (foto di Sergio Ferraris, 1998)

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