La montagna è rinnovabile

La montagna possiede delle potenzialità ecologiche non indifferenti che si coniugano con una grande attenzione al sociale

Montagna rinnovabili
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La montagna diventa sostenibile e rinnovabile. Lo afferma il rapporto Montagne Italia 2017 pubblicato ogni anno della Fondazione Montagne Italia, costituita da Uncem e Federbim, che è giunto alla terza edizione. In montagna, infatti secondo il rapporto crescono, l’occupazione delle donne, gli acquisti verdi, la raccolta differenziata e le economie rinnovabili.

E’ questa l’immagine disegnata dal rapporto nel quale si legge: «Il ritorno al settore primario da parte di un numero consistente di giovani, con il conseguente avvio di una varietà di produzioni piccole e medie, la presenza sempre maggiore di migranti che inverte il trend negativo dello spopolamento, il segmento dell’offerta turistica in aumento, stanno cambiando il volto della montagna italiana». La collocazione montana rappresenta addirittura un elemento di vantaggio per le imprese del nord, come hanno dichiarato il 38% delle imprese localizzate nei comuni dell’Arco alpino e il 34,9% tra quelle dell’Appennino settentrionale.

Tra i punti di forza,  ci sono la fidelizzazione della clientela e la reputazione del territorio. Si tratta di due elementi indicati come fattori di vantaggio in particolare dalle imprese dell’Arco alpino (67,7%) e da quelle dell’Appennino settentrionale (54%). Altro dato importante è il tasso di occupazione femminile che è superiore alle medie nazionali. 41,8% a livello nazionale contro il 45,6% sulle Alpi.

I comuni montani sono in prima linea anche per la decarbonizzazione dell’economia. 1.588 hanno aderito al Patto dei Sindaci che li impegna a realizzare i Piani di Azione per l’Energia Sostenibile – Paes. E quanto alla produzione di energia da fonti idroelettriche, il 20,5% dei comuni in montagna la possiede. E in testa per questa fonte ci sono Piemonte e Lombardia, rispettivamente con 546 MW e 532 MW. Per le altre rinnovabili – eolico, bio-energie e geotermico – il rapporto Alpi-Appennini si inverte, con la prevalenza di questi ultimi con 1.790 MW di potenza istallata contro i 170 MW delle Alpi. Ed è il meridione in testa. In Puglia e Basilicata gli impianti di questa natura sono presenti nella metà dei comuni montani, mentre al centro nord una presenza interessante si rileva nelle regioni appenniniche dell’Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche.

Circa la gestione dei rifiuti, partendo dai 486,7 kg pro capite di rifiuti differenziati prodotti annualmente in media in Italia, le Alpi vedono una media di 464,9 kg e l’Appennino di 428,4 kg, mentre per quanto riguarda i rifiuti indifferenziati, contro la media nazionale di 255,8 kg pro capite annua le aree alpine scendono a un livello di 193,0 Kg e gli Appennini a 248,2 kg.

E la pole position è della Campania dove sotto la soglia di 200 kg si colloca ben il 92,4% dei comuni montani. Più in generale, il 41,2% delle imprese di questi territori ha incrementato la raccolta differenziata, il 31,2% ha riciclato i materiali, il 22% è ricorso alle energie rinnovabili, il 20,8% ha ridotto le emissioni di CO2, il 16,4% ha realizzato acquisti verdi e il 12% ha avviato azioni di prevenzione del rischio idrogeologico.

Una spinta importante all’economia dei monti potrebbe arrivare dal pagamento dei servizi ecosistemici. La stima porta a quantificare il valore di questo settore, ossia la remunerazione dei beni comuni, in circa 90 miliardi di euro l’anno, dei quali 60 prodotti in montagna. Un valore che oggi non è contabilizzato e per il quale si dovrà aspettare ancora parecchio visto che non c’è chiarezza, tra gli economisti, su come si debbano considerare queste risorse.

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