Accordo di Parigi: gli effetti sulle rinnovabili

Per le energie rinnovabili l'uscita degli Usa dall'Accordo di Parigi non sono uno stop, ma un rallentamento

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Trump ha colpito. Gli Usa sono al di fuori dell’Accordo di Parigi. E con questo atto si apre una nuova fase dell’ambientalismo e con ogni probabilità delle rinnovabili. Il fatto che il più grande emettitore di CO2 al mondo abbia disdetto in maniera unilaterale l’Accordo di Parigi avrà di sicuro un impatto notevole sull’opinione pubblica, in un senso o nell’altro, ma influenzerà in maniera molto minore il settore delle rinnovabili mondiale, tranne per alcuni aspetti propri degli Stati Uniti.

Le rinnovabili, infatti, sono oggi in grado di crescere sui mercati in maniera sempre più autonoma, nonostante la generale riduzione degli incentivi.

In alcuni casi sono già state vinte dal fotovoltaico delle aste con prezzi dell’elettricità inferiori a quelli della generazione a carbone e in molti paesi si è già raggiunta la grid parity lato utenza. Insomma circa la metà della nuova generazione elettrica nel mondo ogni è rinnovabile e non sarà la chiusura ideologica di Trump a invertire questa tendenza.

Piuttosto in base alla dichiarazione del Presidente statunitense sull’Accordo di Parigi, saranno tre le cose negative che con ogni probabilità accadranno.

La prima è la probabile perdita della leadership a livello di ricerca degli Stati Uniti sulle rinnovabili. Una larga fetta della ricerca nel settore, infatti, è pubblica e si tratta di una risorsa senza la quale l’industria statunitense sarà in affanno. La riduzione dei costi del 50% attraverso l’affinamento del processo produttivo e l’aumento del 100% dell’efficienza di conversione nei propri pannelli fotovoltaici, infatti, l’americana First Solar l’ha ottenuta grazie alla ricerca applicata fatta presso i Nrel che sono i laboratori pubblici per le rinnovabili.

La seconda questione è la perdita degli asset economico-finanziari statunitensi legato all’economia a basse emissioni. Anche se una buona parte degli imprenditori Usa ha condannato senza appello la disdetta di Trump, c’e a dire che una buona parte della finanza a stelle e strisce, magari quella che è al di fuori delle luci della ribalta della Silicon Valley, è filogovernativa. Di qualsiasi governo si tratti. E c’è da credere che agirà di conseguenza.

La terza questione è rappresentata dalla perdita d’influenza della politica mondiale, e specialmente europea, verso l’amministrazione Usa. Si tratta di questione non da poco, se si pensa che oltre alla questione del clima, gli Usa hanno mandato in fumo il tentativo d’accordo sul TTIP che, comunque la pensi nel merito, era il tentativo di dare una serie di regole “politiche” transnazionali al commercio internazionale.

Un’inversione di rotta così secca non si era mai vista dal 1992, l’anno della grande assise di Rio che diede il via all’elaborazione del Protocollo di Kyoto. Se non si tratta di una frenata sulle rinnovabili, l’uscita di Trump sul clima produrrà di sicuro un rallentamento.

L’Europa con ogni probabilità non rivedrà al rialzo il proprio obiettivo al 2030 sulle rinnovabili che è del 27% e sarà complicato migliorare gli obiettivi individuali che i singoli stati si sono dati durante l’Accordo di Parigi, gli INDCs, che così come sono usciti da Parigi farebbero aumentare la temperatura planetaria di 2,7°C al 2100.

E l’Europa potrebbe tentare d’assumere una leadership sulle rinnovabili assieme alla Cina, ma ci sono una serie di questioni che potrebbero essere un ostacolo non da poco. L’Europa non si sta muovendo come un solo soggetto.

Anzi. La Germania tenta in ogni modo d’avere un rapporto esclusivo con la Cina, mentre la Francia, che al contrario dell’Italia s’è accorta di ciò, non può andare oltre le sia pur lodevoli dichiarazioni del neo-presidente francese Marcon, tra cui la felice idea, «Make our planet great again», visto che ha smantellato negli anni passati la propria manifattura.

Per la Cina, inoltre, i driver principali per utilizzare le rinnovabili, non sono altri rispetto le questioni climatiche. Ossia inquinamento locale, mercati – sia quello interno, sia quello esterno – e timore per la carbon tax mondiale. Quest’ultima questione, senza gli Stati Uniti, non è applicabile, mentre le altre due sono driver che non sono comuni all’Europa.

Il Vecchio Continente, infatti, non ha le emergenze legate all’inquinamento e non può nemmeno lontanamente pensare di “invadere” il mercato interno cinese delle rinnovabili, per una questione legata alla produttività.

Insomma quella di Trump sull’Accordo di Parigi non è una frenata, ma ha trasformato la corsa delle rinnovabili da una corsa sui 400 metri piani a una staffetta 4×100 dove è difficile trovare i partner per il “cambio di testimone”. Nel frattempo la crisi climatica non si ferma, anzi.

I dati della Nasa, infatti, hanno rivelato che i ghiacci della Groenlandia dal 2002 al 2016 hanno perso massa per 3.748 Gt, pari a una media di 281 Gt/anno. Ossia 281 miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono sciolte ogni anno.

Tradotto: 8919,45 tonnellate al secondo, ossia il volume di un Empire State Building -il grattacielo simbolo di New York, ogni 21 minuti. E si tratta di ghiaccio che una volta sciolto finisce negli oceani facendone aumentare il livello.


Grazie a Vincenzo Ferrara per la segnalazione di dati sulla Groenlandia e a Stefano Ceccarelli per la suggestione sui calcoli.


Nota: Per chi desidera un altro esempio si può dire che in 4 minuti e mezzo va persa l’intera, in termini di volume, produzione italiana annua (2016) di latte che è secondo il Cial di 2.459.510 di tonnellate.


 

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