La transizione si vince in fabbrica

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Letizia Magaldi: l’Italia dispone di competenze e tecnologie, ma deve organizzarle in filiere produttive al servizio della transizione energetica

Le tecnologie per decarbonizzare l’industria esistono già, ma senza una politica industriale capace di creare domanda, sostenere le filiere e accompagnare le imprese verso le economie di scala, l’Italia rischia di limitarsi a installare soluzioni prodotte altrove. Letizia Magaldi, terza generazione dell’impresa fondata nel 1929, e presidente del Kyoto Club, indica nelle rinnovabili, negli accumuli e nell’elettrificazione dei processi industriali i pilastri di una possibile nuova manifattura nazionale.

Lei rappresenta la terza generazione della famiglia. Come si innova un’impresa quasi centenaria?

«L’innovazione è nel DNA di Magaldi fin dalla fondazione, nel 1929. Mio nonno brevettò la nostra prima cinghia di trasmissione, la cosiddetta supercinghia, che commercializziamo ancora oggi. È un prodotto che ha quasi cent’anni e che si è evoluto nel tempo, mantenendo una caratteristica fondamentale: l’affidabilità. L’innovazione ha sempre contraddistinto i nostri prodotti. Un’azienda viva si evolve se segue il mercato e ne ascolta le esigenze. Lo abbiamo fatto per quasi cento anni e continueremo a farlo per i prossimi cento, cercando di guardare oltre le caratteristiche convenzionali e le soluzioni più scontate».

Vedi la video intevista a Letizia Magaldi 

Quanto ha pesato la scelta di mantenere ricerca e produzione nel Mezzogiorno e quali ostacoli incontra oggi un’impresa tecnologica che opera nel Sud Italia?

«Mantenere ricerca e produzione nel Mezzogiorno non è stato un ostacolo, ma un valore aggiunto. Il Sud dispone di competenze professionali, ingegneristiche e manageriali solide. Inoltre, l’assenza di un ecosistema industriale molto strutturato intorno all’azienda ci ha spinto a sviluppare competenze interne più forti e a trovare le soluzioni attraverso i nostri professionisti, anziché affidarci soltanto a fornitori o ad altre imprese. L’ostacolo per un’impresa che opera nel Sud consiste nella maggiore distanza dai clienti finali rispetto a chi si trova nel Centro Europa, dove il mercato è più ampio e più vicino. Magaldi, però, non ha vissuto questa condizione come un limite. Oggi operiamo in 50 Paesi, tra cui Australia, Cile e Canada: occorre soltanto affrontare qualche ora di volo in più. I prodotti che brevettiamo, realizziamo e commercializziamo si misurano con il mercato internazionale. Per innovare e vendere l’innovazione, il prodotto deve competere con le migliori soluzioni disponibili sul mercato mondiale».

Magaldi nasce come impresa specializzata nella movimentazione di materiali ad alta temperatura. Quando avete capito che queste competenze potevano essere applicate alla transizione energetica?

«La movimentazione di materiali ad alta temperatura è la nostra competenza principale. Le tecnologie sviluppate per le acciaierie, le fonderie e gli impianti di generazione energetica alimentati a biomassa o a carbone hanno sempre contribuito a ridurre l’impatto ambientale. Trasportare materiali ad alta temperatura a secco, in un ambiente chiuso e senza utilizzare acqua evita la contaminazione dell’ambiente e ne favorisce il riutilizzo. Movimentiamo materiali fino a 1.000 °C in numerosi processi produttivi. Le nuove esigenze e le nuove idee nascono spesso dal rapporto con i clienti. Circa quindici anni fa mio padre conobbe l’ex direttore della ricerca di Enel. Dal confronto tra la visione di Enel sulla futura politica industriale ed energetica e le competenze tecniche, ingegneristiche e imprenditoriali della famiglia Magaldi nacque l’idea di applicare il nostro patrimonio tecnologico alla transizione energetica».

La transizione energetica può creare una nuova manifattura italiana o rischiamo di limitarci a installare tecnologie prodotte altrove?

«La transizione energetica è nata nel nostro Paese, anche attraverso lo sviluppo del fotovoltaico e dell’eolico. Quando, però, l’Italia deve compiere il salto di qualità e costruire grandi filiere, non dispone della forza necessaria per raggiungere le economie di scala. Esistono ancora filiere nazionali rilevanti. Nell’elettrificazione, per esempio, penso alle pompe di calore e alle caldaie elettriche; vi sono poi le competenze nelle biomasse. Ricordo anche lo stabilimento Vestas in Puglia, con circa 2.000 dipendenti. Le tecnologie rinnovabili sono la soluzione necessaria per rafforzare la sovranità energetica. Non potremo raggiungere le economie di scala di un Paese come la Cina, ma dobbiamo riconoscere che le nostre tecnologie rinnovabili sviluppate in Italia, anche quando costano un po’ di più, possono garantire autonomia, decarbonizzazione e riduzione dell’impatto ambientale. Dobbiamo produrle in Italia. Acquistare combustibili fossili all’estero ci espone sia alla volatilità dei prezzi sia alla perdita di autonomia. Le competenze esistono. Occorre rafforzare le filiere e portarle a una scala che consenta di ridurre i costi, elemento decisivo nel settore energetico. All’Italia manca la capacità di intercettare le filiere nascenti e accompagnarle nella crescita attraverso la legislazione, l’azione del regolatore e la creazione della domanda. Spesso la tecnologia è disponibile, ma manca ancora il mercato. Non esiste un sistema di appalti pubblici adeguato alle nuove tecnologie: su questo dobbiamo fare di più».

L’impianto MGTES di Buccino ha portato la tecnologia dell’accumulo a sabbia dalla sperimentazione all’uso industriale. Quali risultati operativi avete ottenuto in termini di efficienza, disponibilità e riduzione del consumo di gas?

«L’impianto di accumulo installato a Buccino, inaugurato nel settembre 2025, fornisce oggi vapore decarbonizzato, prodotto a partire da energia fotovoltaica, a una raffineria di oli vegetali, che utilizza vapore a 185 °C. La tecnologia è in esercizio e sta fornendo prestazioni soddisfacenti. Il sistema carica l’accumulo termico in circa cinque ore e restituisce energia termica per 24 ore. L’efficienza è compresa tra l’85 e il 90%. Questo primo impianto dispone di una potenza elettrica di carica pari a 2 MW e di una capacità di accumulo di 7,5 MWh. Grazie al sistema, la raffineria riduce di circa il 15% il proprio consumo di gas metano».

Il sistema elettrico italiano sta programmando soprattutto accumuli elettrochimici e idroelettrici. Gli accumuli termici ricevono sufficiente attenzione nelle politiche pubbliche?

«Il sistema italiano sta spostando la propria attenzione sul tema degli accumuli. Abbiamo avuto una recente asta dedicata a queste tecnologie e si sta aprendo anche una nuova riflessione sugli impianti idroelettrici, considerati infrastrutture essenziali e strategiche. L’accumulo termico, invece, non riceve ancora l’attenzione che merita. La filiera dell’accumulo termico viene considerata nascente, mentre è già matura. I produttori di sistemi di accumulo termico sono spesso gli stessi soggetti che hanno investito nel solare a concentrazione e ne hanno portato a maturità le tecnologie. Il thermal storage nasce da quell’esperienza ed è già oggi, nel 2026, una tecnologia già disponibile sul mercato. Queste soluzioni hanno partecipato ad aste competitive accompagnate da garanzie e hanno dimostrato di poter sostenere la bancabilità dei progetti. Nonostante questo, l’attenzione dell’opinione pubblica rimane limitata. Si continua ad affermare che l’intermittenza delle rinnovabili non possa essere superata, ma non è così».

Lei sostiene che occorra accelerare sulle rinnovabili. Qual è oggi il principale freno italiano: autorizzazioni, reti, opposizioni locali o incertezza normativa?

«Il principale freno allo sviluppo delle rinnovabili è culturale. La generazione rinnovabile è distribuita e oggi produrre energia da queste fonti significa utilizzare la forma di generazione più economica disponibile. Questa consapevolezza non è ancora diffusa. Esiste poi un problema autorizzativo, legato sia alla lentezza delle procedure sia alla capacità dei territori di programmare le aree nelle quali consentire gli investimenti. Si parla troppo spesso di consumo di suolo, mentre per raggiungere gli obiettivi del PNIEC e portare la penetrazione delle rinnovabili nel sistema a circa il 65% sarebbe necessario utilizzare soltanto lo 0,3% del suolo italiano. Per arrivare all’80% servirebbe lo 0,6%, senza considerare i tetti e il revamping degli impianti esistenti. Un Paese come l’Italia, seconda manifattura europea e membro del G7, non può pensare di non riuscire a individuare lo 0,2-0,3% del territorio nazionale necessario a rafforzare la propria indipendenza energetica e a ridurre il costo delle bollette».

Le imprese europee pagano spesso l’elettricità più dei concorrenti statunitensi o asiatici. La decarbonizzazione può diventare un vantaggio competitivo in queste condizioni?

«Sì, la decarbonizzazione può diventare un vantaggio competitivo. L’elettrificazione dei consumi termici è l’elefante nella stanza. Circa il 90% dell’energia termica utilizzata dall’industria viene ancora prodotta con combustibili fossili. Ponendo pari a 100 il consumo energetico dell’industria, 70 unità sono costituite da energia termica e 30 da energia elettrica; il 90% della quota termica dipende ancora dai combustibili fossili. Oggi il gas metano in Europa costa 53 €/MWh, un valore superiore al costo delle rinnovabili. Il vantaggio cresce nelle ore centrali della giornata, lungo la cosiddetta duck curve, quando l’elettricità costa meno. In quelle ore, in Spagna e in Francia, il prezzo può scendere a 10-20 €/MWh. Vi sono circa 2.500 ore nelle quali l’elettricità costa meno del gas. L’elettrificazione è quindi uno degli strumenti principali per tutelare l’industria e contenere le bollette. La povertà energetica è diventata un problema sociale: il riscaldamento e il raffrescamento sono diritti. Le soluzioni esistono e sono compatibili con gli obiettivi ambientali, perciò occorre agire con urgenza».

L’Italia possiede competenze nell’acciaio, nella meccanica, nei materiali refrattari e nell’ingegneria industriale. Perché queste capacità non si traducono ancora in una filiera energetica strutturata?

«I grandi campioni europei dell’energia hanno lavorato molto sulla produzione di energia, ma non sulla costruzione di un’industria delle tecnologie. Per creare filiere competitive servono grandi operatori capaci di generare economie di scala e istituzioni rapide e reattive, in grado di accompagnare la nascita delle nuove attività industriali. Parlo di questi temi da molti anni. Il dibattito sull’industria europea delle tecnologie verdi è stato portato avanti per vent’anni da ambientalisti, scienziati e alcuni imprenditori, ma è diventato un tema politico soltanto di recente. È tardi, ma la partita non è persa. L’aumento del costo dei combustibili fossili accresce l’urgenza e può spingere gli operatori industriali a compiere un cambio di passo».

La neutralità tecnologica viene spesso invocata nella politica energetica. È un criterio sufficiente o l’Europa deve scegliere in modo esplicito le filiere strategiche da sviluppare?

«La neutralità tecnologica è un principio importante. Opero in una società di ingegneria e considero preziosi la ricerca, lo sviluppo e gli investimenti in nuovi prodotti. Le tecnologie, però, devono essere valutate in base alla loro maturità, ai risultati già conseguiti e agli obiettivi di costo. Non si può costruire una politica industriale ed energetica senza scegliere. Occorre individuare le filiere che hanno già dimostrato di poter raggiungere determinati obiettivi e concentrare su di esse gli investimenti e le politiche di sviluppo».

A questo proposito, cosa pensa del nucleare, sia nella prospettiva internazionale sia in quella italiana?

«Finora il nucleare non ha dimostrato di essere una tecnologia competitiva. È inoltre una tecnologia non flessibile e questa caratteristica, unita agli alti costi, può diventare un vincolo troppo forte per un sistema elettrico destinato ad accogliere una quota crescente di rinnovabili. Le rinnovabili sono le fonti più economiche. Considerando pari a 100 i nuovi impianti di generazione costruiti nel mondo nel 2024, il 97% era costituito da impianti rinnovabili. Questo dato riflette la loro competitività economica. Non sostengo che si debba rinunciare alla ricerca e allo sviluppo sul nucleare. Possiamo augurarci che queste attività conducano a una tecnologia competitiva, ma un risultato del genere non arriverebbe prima del 2035. Nel frattempo dobbiamo decidere che cosa fare domani mattina. Secondo l’International Energy Agency, il 70% delle tecnologie necessarie alla decarbonizzazione è già disponibile. Occorre quindi puntare sulle soluzioni utilizzabili oggi per rispondere alla più grande emergenza energetica degli ultimi cent’anni».

Tra sviluppo delle rinnovabili, potenziamento delle reti, accumuli ed elettrificazione industriale, quale priorità dovrebbe essere affrontata per prima?

«Rinnovabili, reti, accumuli ed elettrificazione industriale devono procedere insieme. Occorre costruire un’infrastruttura che tenga conto della disponibilità e del contributo di ogni tecnologia e di ogni vettore energetico. Con il Kyoto Club, di cui sono presidente, e insieme a Globe Italia e Strategic Partners abbiamo promosso il primo Tavolo nazionale sugli accumuli, con l’obiettivo di coordinare le decisioni e coinvolgere tutti gli stakeholder. Abbiamo incluso anche i soggetti industriali, spesso assenti dai tavoli dedicati alle politiche di sviluppo e incentivazione. Oggi, finalmente, si parla di industria dell’accumulo, di reti e di digitalizzazione. Serve una programmazione congiunta, perché le tecnologie sono disponibili e devono essere integrate per massimizzare i benefici per il sistema energetico. Le soluzioni che arriveranno in futuro potranno essere integrate in seguito in un sistema già fondato, in larga parte, su rinnovabili e accumuli».

Come immagina l’Italia rinnovabile del futuro?

«Per il futuro dei nostri figli mi auguro un’Italia capace di accogliere una produzione rinnovabile ampia e distribuita. Spero che nel 2040 potremo festeggiare una penetrazione delle rinnovabili pari all’80%. Avremo bisogno di Energy Storage Hub: siti nei quali installare grandi sistemi di accumulo, affiancati da molti impianti distribuiti. Serviranno accumuli termici ed elettrochimici, comprese le batterie a flusso. Anche queste ultime stanno dando risultati. Abbiamo inoltre un campione nazionale, Energy Dome, attivo nell’accumulo di lunga durata. Credo che questo scenario sia raggiungibile, perché gran parte delle tecnologie necessarie è già disponibile ed economicamente competitiva».

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