Nucleare al capolinea

Nucleare. Ha ancora un senso? Secondo la maggior parte degli investitori, no. E i trend sui costi lo dimostrano in maniera netta.

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Nucleare. Ha ancora un senso? Secondo la maggior parte degli investitori, no. E i trend sui costi lo dimostrano in maniera netta. Da un lato abbiamo le rinnovabili, che negli ultimi dieci anni hanno avuto un calo dei costi: del 75% il fotovoltaico, 35% per l’eolico. Sull’altro versante l’atomo, che ha avuto una crescita esponenziale dei costi, al punto che anche i progetti delle singole centrali sono fuori controllo.

Il reattore di nuova generazione Epr di Olkiluoto 3, in Finlandia, ne è un esempio: doveva essere economico e di rapida realizzazione, simbolo del “rinascimento nucelare”, il primo in Europa occidentale dopo 15 anni. Si è invece trasformato in un disastro economico ancora prima di generare un solo kWh. Nel 2005, anno di avvio del cantiere, doveva costare 3,2 miliardi di euro per essere terminato entro il 2009. Oggi i costi sono arrivati a 8,5 miliardi e l’entrata in funzione dovrebbe essere, il condizionale è d’obbligo, entro il 2018.

Nove anni di ritardo. Secondo i filonuclearisti, queste traversie sarebbero dovute al fatto che il reattore finlandese è il primo di una nuova serie, ma il “fratello”, l’Epr di Flamanville, che si è cominciato a costruire nel 2007 in Normandia, non è che si sia comportato meglio. Il costo è schizzato da 3,3 miliardi di euro a 10,5 e l’entrata in esercizio è oggi stimata al 2018, con sei anni di ritardo rispetto alla data prevista. Inoltre, il 7 aprile 2015 l’Autorità per la sicurezza nucleare francese (Asn) ha annunciato di aver trovato gravi difetti nel vessel, il contenitore pressurizzato del reattore, realizzato da Areva.

Troppo carbonio nell’acciaio: un difetto, afferma secco il report dell’Asn, “che abbassa la resistenza meccanica rispetto a quella prevista”. Enel nel frattempo è uscita dalla partecipazione al reattore (era del 12,5%), mentre il secondo Epr in terra francese, a Pleny, è stato cancellato.

Così oggi la Francia, viste le difficoltà, sta ripensando al proprio mix energetico, passando dal 76,6 al 50% di energia elettrica prodotta da nucleare. Intanto i reattori francesi invecchiano, e ciò non è un bene: Parigi si ritrova 13 reattori fermati fra il 1968 e il 2009 da smantellare, mentre aumenta l’età media dei 58 in esercizio, ormai pericolosamente vicina ai 40, che sulla carta è il limite massimo d’esercizio per una potenza installata di 63,1 GWe.

Una potenza nucleare superiore a quella necessaria per l’Italia intera, con una produzione d’elettricità da nucleare che è l’11,9% di quella mondiale. È insomma chiaro che la Francia sia stretta in una tenaglia, la cui soluzione è una soltanto: allungare la vita dei reattori di dieci o venti anni. Non a caso Edf ha fatto sapere che ritiene tecnicamente possibile il compimento del sessantesimo anno di vita per tutti i suoi reattori. I problemi fi­nlandesi e francesi sono arrivati anche in Cina, dove si stanno costruendo due reattori Epr i cui vessel sono stati realizzati nella stessa fonderia di quello di Flamanville.

“Non caricheremo combustibile nucleare fino a quando non saranno risolti tutti i problemi legati alla sicurezza dei due Epr di Taishan”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente cinese commentando la vicenda. Quello cinese è uno dei paesi più attivi sul nucleare con 26 reattori in funzione, 25 in costruzione e 43 pianificati. Progetto che porterebbe il gigante asiatico a 99 GWe di nucleare installato, molto vicino agli Usa che avrebbero 111 GWe totali, con 99 reattori operativi e appena altri cinque in costruzione e cinque pianificati.

Insomma, dopo aver in passato provato tutte le tecnologie disponibili, Pechino ora punta sull’Epr francese e sull’Ap 1000 statunitense. Ha inoltre pianificato la maggior parte delle nuove centrali sulla costa, dove ci sono gli insediamenti abitativi più grandi e dov’è più difficile per motivi logistici e ambientali realizzare centrali a carbone. I suoi piani di sviluppo nucleare sono imponenti. La road map tracciata prima di Fukushima indicava l’obiettivo di 200 GWe al 2040, a cui se ne aggiungevano altri 200 entro il 2050, per raggiungere i 1.400 GWe al 2100.

Un piano che dopo l’incidente in Giappone è stato rallentato solo nella parte iniziale al 2020. I cinesi stanno poi sviluppando anche una tecnologia propria, che si basa sulla relativa debolezza dei concorrenti. Si chiama Cap 1400 il nuovo reattore cinese da 1,4 GWe di potenza, sviluppato grazie a una joint venture con Westhinghouse, che dell’Ap 1000 è costruttrice.

Il nuovo reattore nucleare è la chiave dell’atomo made in China, visto che la proprietà intellettuale della componentistica sarà cinese e che sarà sostenuto da una capacità completa del ciclo del combustibile. La costruzione del primo reattore Cap 1400 dovrebbe partire entro la prossima primavera, per entrare in produzione a fi ne 2020. Nelle previsioni, l’80% della componentistica verrà realizzata in Cina. Il prezzo del reattore è stimato intorno ai 3,7 miliardi di euro, quindi fra i 6 e i 7 centesimi di euro per kWh, e sarebbero già stati avviati i primi contatti commerciali per “piazzarlo” in Asia e in Sud America.

Torniamo in Europa, più precisamente nel Regno Unito, dove col nucleare i problemi non sono pochi. Sua Maestà produce ben il 18% della propria elettricità col nucleare – era il 25% negli anni Novanta – ma dovrà disfarsi del 50% dei propri reattori entro il 2025 perché sono a fi ne vita. Ed è un fi ne vita serio se si pensa che il più vecchio è entrato in funzione nel ‘76 e il più recente nel ‘95, mancano insomma all’appello gli ultimi vent’anni. Il tempo incalza visto che tutti i 15 reattori dovranno cessare le operazioni entro il 2035 e praticamente tutti quelli di tipo Agr lavorano già a potenza ridotta. E non c’è nemmeno la possibilità di allungarne la vita operativa. Per un motivo semplice: è già stato fatto.

Tutto ciò dimostra che il nucleare, oltre una certa capacità, può diventare una scelta obbligata perché è complicato sostituire tutta questa potenza operativa per ottomila ore l’anno senza una politica energetica di lungo periodo, ciò spiega anche perché si stia facendo una scelta folle su Hinkley Point 2, la prima delle nuove centrali che il Regno Unito vuole realizzare.

Il governo britannico ha deciso, e ribadito a ridosso della Cop 21, che dovranno essere realizzati 16 GWe di nuova potenza nucleare entro il 2025. “Nucleare e gas sono la nostra risposta al problema dei cambiamenti climatici”, ha affermato lo scorso dicembre il governo di Londra. Peccato che il target sia già slittato al 2030. Come dire: atomo e puntualità, con buona pace del Big Ben, non sembrano coincidere. In nessuna parte del mondo.


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