Water grabbing: la guerra dell’acqua in Palestina

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I conflitti dovuti alle risorse idriche sono spesso annunciati, ma di quelli conclamati si hanno poche notizie. Il più sotterraneo di tutti è probabilmente quello legato del water grabbing in Palestina circa il conflitto arabo israeliano.

Parecchi anni fa, più precisamente nel 2003, dichiarato dalle Nazioni Unite, anno internazionale dell’acqua, erano diversi gli osservatori internazionali a prevedere l’approssimarsi di una stagione generalizzata di conflitti su scala planetaria per la disputa di una delle risorse più vitali: l’acqua.

Ossia il water grabbing. Dopo, però, sciamata l’attenzione mediatica, del problema delle risorse idriche si parla poco eppure, in molti focolai di crisi, l’acqua è una componente fondamentale.

Uno di questi è il conflitto tra israeliani e palestinesi, nel quale alle rivendicazioni di carattere territoriali, etniche  e religiose si sovrappongono quelle legate alle risorse idriche. Al punto che per molti analisti questa è una delle componenti essenziali del conflitto che  potrebbe estendersi anche alle nazioni confinanti.

Le vaste aree desertiche, la scarsità di piogge e la bassa qualità dell’acqua del Giordano che è poca e salmastra, sono ingredienti di questo conflitto che ha uno snodo cruciale nel water grabbing: la sottrazione di risorse idriche.

Il territorio dello Stato d’ Israele, con una superficie di circa 20mila chilometri quadrati, poco meno della Lombardia, è composto da territori montuosi e aridi. La popolazione, sette milioni e mezzo d’abitanti in crescita, un’ agricoltura intensiva e aggressiva, lo sviluppo industriale e l’inquinamento sono i fattori che fanno dell’acqua potabile, già di natura scarsa, una risorsa sempre più critica.

Secondo l’Autorità Nazionale Palestinese, Israele possiede il controllo di quasi tutte le sorgenti e un terzo degli abitanti della West Bank riceve acqua a intermittenza. I dati sul consumo dell’acqua confermano ciò. Per i palestinesi, infatti, sono disponibili tra i 35 e i 50 litri al giorno, mentre per i coloni ebrei, che vivono nelle stesse zone, il consumo pro capite oscilla tra i 280 ed i 350 litri al giorno. In linea con gli standard nord americani.

Il conflitto

Entrambe le parti in causa attingono acqua dal bacino idrico delle montagne della West Bank che è, per questo motivo, uno dei punti critici nella demarcazione della frontiera tra i due stati.
Questa risorsa, infatti, provvede al rifornimento idrico del trenta per cento della popolazione israeliana e dell’ottanta per cento di quella palestinese.
Anche le altre due risorse della zona, il Mar di Galilea ed il bacino idrico costiero, sono condivise dalle due parti in causa che le sfruttano, vista l’aridità della zona, in maniera eccessiva provocando, secondo gli esperti israeliani un pericoloso aumento dei depositi salini.

Tutti i bacini idrici potrebbero, nel caso si costituisse uno stato palestinese essere controllate da quest’ultimo ed è chiaro che per Israele non è ipotizzabile uno scenario nel quale lo Stato Ebraico sia dipendente dagli arabi per l’approvvigionamento idrico.

Da entrambe le parti piovono accuse reciproche sulla scarsità d’acqua. La commissione israeliana per l’acqua afferma che il problema idrico interessa entrambe le popolazioni e che anche se dai numeri emerge una disparità evidente a sfavore dei palestinesi, le ragioni di ciò non sono chiare.

Water grabbing e mancanza di connessione

D’ altro parere è il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem. In un rapporto l’organizzazione dichiara che oltre 215mila palestinesi in più di 150 villaggi non sono connessi alla rete idrica e che lo stato d’Israele alloca le risorse idriche in maniera discriminatoria.

L’esistenza di una doppia rete idrica nei territori occupati, una efficiente per gli insediamenti dei coloni e una priva della necessaria manutenzione, da oltre 40 anni e con perdite di oltre l’11 per cento dell’acqua destinata ai palestinesi, sembra confermare l’ipotesi del gruppo israeliano.

«Nei mesi estivi la Macarot Israeli Water Company riduce i rifornimenti d’acqua alle aree palestinesi e agli insediamenti in maniera considerevole. – ha dichiarato al giornale israeliano Haaretz, Tashir Nasir Eldin, direttore generale dell’Autorità Palestinese per l’Acqua in Cisgiordania – Ma riduzioni, non sono uguali per tutti e gli insediamenti ottengono l’acqua di cui necessitano dagli acquedotti condivisi».

Su questa tesi c’è disparità di vedute anche tra gli esperti idrici israeliani. Secondo alcuni spesso le linee degli acquedotti dirette verso le zone palestinesi vengono chiuse, mentre secondo altri l’acqua potabile sarebbe sufficiente per tutta la popolazione, ma il problema dei palestinesi risiederebbe nell’alto consumo e negli sprechi d’acqua da parte degli arabi.

I dati sembrano avvalorare l’ipotesi della disparità. A Hebron, per esempio, i 300mila abitanti avrebbero bisogno di circa 25mila metri cubi d’acqua al giorno, ma dalla Macarot ne arrivano solamente 5.500. Analogo discorso a Betlemme, dove i metri cubi necessari sarebbero 18mila, ma ne arrivano solamente 8mila. Questi i numeri del water grabbing che subisce la Palestina.

I tentativi di soluzione

Gli accordi di Oslo del 1993 davano il controllo dell’acqua al governo israeliano permettendo all’autorità palestinese di utilizzare riserve separate da quelle condivise con gli insediamenti ebraici.

Ma il meccanismo è rimasto sulla carta a causa della mancanza di fondi per la creazione di queste strutture, mentre il gruppo multilaterale per le risorse idriche, creato nel 1992 come parte dei negoziati di pace, ha da tempo fallito nell’obiettivo di trovare un accordo sulla condivisione delle risorse idriche comuni.

Nel frattempo uno dei progetti per il miglioramento della qualità e della distribuzione dell’acqua è partito nel 1996, permettendo il miglioramento della qualità della vita di oltre 300mila palestinesi, ma la situazione è al di là dall’essere risolta.

Ogni estate le tensioni idriche si ripropongono come previsto, al punto che una delle attività dei gruppi pacifisti ebraici è quella di donare acqua alle popolazioni palestinesi nei momenti di crisi, per mitigare il water grabbing, voluto, spesso dal governo.
Secondo i pacifisti ebraici, infatti, l’acqua è uno dei nodi della crisi e sono parecchi i politici, di entrambe le parti, a sostenere che un accordo di pace che non affronti la questione delle risorse idriche possa durare a lungo.

Sergio Ferraris

L’articolo è stato pubblicato su Il Pianeta Terra

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