Futuro: come progettarlo

Quando si parla di futuro la questione di fondo è se guidarlo o subirlo

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Tempo fa, per la presentazione del Festival Ecofuturo 2017 a Padova, presso la Fenice Green Energy Park, di Padova sono stato invitato a fare un discorso a dei giovani sul futuro.

Il direttore del parco, Andrea Grigoletto ebbe l’idea di far fare, a me e all’amico Jacopo Fo, una domanda sul futuro, da parte di un nutrito gruppo di Scout, basata sul processo al dottor Ari Seldon descritto da Isacc Asimov, nel volume Prima fondazione, uno dei tre volumi della Trilogia galattica.

La mia passione per la fantascienza e la responsabilità di fronte a una richiesta così strutturata mi ha portato a scrivere la risposta alla domanda, perché se si parla a dei giovani circa il futuro, si hanno una di fronte molteplici responsabilità.

La prima è quella di non illuderli con false promesse, la seconda è quella di non ostacolarli rappresentando barriere insormontabili, ma nemmeno di rappresentare loro delle semplici “autostrade”. La terza responsabilità, la più importante. E’ quella di fornire loro degli strumenti che possano usare a lungo, che non diventino obsoleti. Insomma che siano utili nella loro vita.

Trovare un equilibrio in tutto ciò è complicato. E questa domanda, per le responsabilità che comporta, meritava una riflessione. Per questo motivo ho letto la domanda qualche giorno prima, ho riflettuto, letto alcuni testi e poi preparato un discorso scritto che ho corretto alcune volte.

Ecco la domanda:


Quali percorsi di studio e nuove professioni saranno necessarie all’interno del nuovo modo di pensare rappresentato dall’economia circolare?

La mia risposta:

Studi e nuove professioni non sono definibili oggi perché il quadro del futuro è fluido. Sarà necessario dotarsi di strumenti, per le nuove sfide sia locali, sia globali.

Il quadro sarà quello di un’economia molto, ma molto diversa. Fondata sul riuso, il riciclo, ma soprattutto sul concetto di comunità che sarà la chiave per avere un futuro migliore.

Noi siamo comunità, che lo vogliamo o no, il frame, lo scenario nel quale ci muoviamo è questo. Non siate individualisti, la narrazione del self made man è falsa.

Prendete Steve Jobs. Steve Jobs, come Edison ed altri inventori, era l’uomo giusto, al momento giusto, con le tecnologie giuste, ma soprattutto la comunità giusta. E vi spiego perché. L’iPhone che magari avete in tasca, non è frutto della genialità di Apple ma della genialità della ricerca pubblica statunitense. Prendete in mano il vostro smartphone e riflettete sulle tecnologie che vi sono contenute:

(1) il microprocessore o unità di elaborazione centrale (Cpu);

(2) la memoria dinamica ad accesso casuale (Dram);

(3) i micro dischi rigidi;

(4) gli schermi a cristalli liquidi (Lcd);

(5) le batterie al litio-polimero (Li-pol) e al litio-ione(Li-on);

(6) l’elaborazione digitale dei segnali (Dsp) basata sugli algoritmi della trasformata di Fourier veloce (Fft);

(7) internet;

(8) il protocollo di trasferimento di ipertesti (Http) e il linguaggio di marcatura per ipertesti (Html);

(9) la tecnologia cellulare e le reti di telefonia mobile;

(10) il sistema di posizionamento globale (Gps);

(11) la navigazione con rotella cliccabile e lo schermo tattile multitouch;

(12) l’intelligenza artificiale con interfaccia vocale (il Siri della Apple).

Tutte queste tecnologie sono d’origine pubblica, sono frutto della ricerca pubblica, le abbiamo pagate tutti noi e la genialità di Steve Jobs fu nel conoscerle e quindi nell’assemblarle. Assemblarle bene, molto bene, con attenzione verso l’utilizzo, l’utilizzatore che siete voi e quindi valorizzando il design.

Quindi la prima cosa che dovete possedere è la curiosità.
Conosco una persona che è molto curiosa a poca distanza da qui. Achille Monegato è direttore della ricerca e sviluppo di Favini, una cartiera. Una cartiera nella quale si fa carta con tutto ciò che capita a tiro, alghe, vinaccia dealcolata, legumi, e ora anche residui di cuoio, mentre domani tessuti. Bene Monegato è competente, lavora da 35 anni nel settore della carta, ed è curioso. Ogni volta che è davanti a una materia lui pensa alla carta, a come la fibra di cuoio si può legare a quella della cellulosa. E così, all’epoca di una crisi epocale della carta, chi innova con curiosità la crisi la supera. Favini fa il 5% di fatturato in più, difende l’occupazione, innova e fa del bene alla propria comunità aumentandone il benessere.

La seconda cosa che dovete avere è il metodo.
Dovrete unire dei punti per ottenere la rappresentazione. Siete fortunati. Quei punti che sono le informazioni oggi sono disponibili molto più che in passato. Ricerche, report, spunti, articoli di giornali, esperti e scienziati sono accessibili attraverso internet. Avete a disposizione, come individui, la più grande massa d’informazioni nella storia dell’umanità e potete usarla a un costo incredibilmente basso. Potete sapere dell’esistenza di una ricerca scientifica senza andare a Stanford, potete averne una copia senza i costi di spedizione, potete parlare con il ricercatore che ha fatto questa ricerca senza muovervi dalla scrivania. Moltiplicate tutto ciò per 10 o per cento e vi renderete conto di ciò che avete a disposizione.

Ma attenzione, avere i punti (le informazioni) non significa sapere come unirli, come tracciare il disegno. Per fare ciò vi serve il metodo. Dovete sapere cosa volete (anche se magari qualcuno vi dirà che è una follia) e come dovete unire quei punti per avere il disegno. Ed è una cosa faticosa che in Italia non si insegna e che dovete pretendere.

A chi vi insegna nozioni dovete dire, anzi urlare: «Siamo pieni di nozioni anche senza i lei. Ci dica come si organizzano queste nozioni, come si traccia il disegno». E’ importante ed è una cosa che vi rimarrà per tutta la vita. E sarà una qualità sempre più richiesta, specialmente con l’economia circolare, la sostenibilità ambientale, e i cambiamenti climatici. Il futuro sarà di chi saprà intrecciare i rifiuti con nuovi processi industriali, per nuovi prodotti, progettandoli per essere mantenuti, usati più volte da persone diverse, in luoghi diversi e con culture differenti. E anche con modalità differenti da quelle che conosciamo. Pensate alla condivisione, allo sharing, a oggetti come l’automobile che smettono di essere oggetti (l’auto in garage) per diventare servizi di mobilità (l’auto in sharing che si usa solo quando serve).

Per finire. Quali scelte fare?
Non possiedo ricette. Potete scegliere studi scientifici, come umanistici, sapendo che saranno necessari entrambi in un futuro che sarà sempre più connesso tra i settori più diversi. Non esistono più scatole chiuse. Gli unici recinti possibili saranno quelli che vi darete da soli ascoltando narrazioni da chi vi vorrà chiusi in questi recinti per i propri scopi, siano politici, siano economici.

Siate curiosi, siate determinati. Ma siate rispettosi di voi stessi. E degli altri.

Sergio Ferraris, giornalista scientifico

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