Sussidi fossili: Italia tra le prime

Nonostante il clima continuano gli incentivi fossili. E l'Italia è tra le prime in rapporto al Pil, più della in Germania

sussidi fossili
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Usiamo per l’84% fonti fossili che stanno cambiando il clima. E mentre si discute sull’azzeramento degli incentivi alle fonti rinnovabili le fossili godono d’incentivi notevoli. Per questo dalla Cop22 in Marocco le Ong di tutto il mondo hanno chiesto che questi sussidi fossili siano aboliti e che si acceleri sulla decarbonizzazione delle economie. Un blocco ai sussidi fossili consentirebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate (5,8% delle emissioni globali al 2020) contribuendo al raggiungimento della metá dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale di2°C. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2015 i sussidi alle fonti fossili sono stati pari a 5.300 miliardi di dollari, circa 10 milioni di dollari al minuto, ossia il 6,5% del PIL mondiale e piú della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo.

E sono anche aumentati negli ultimi anni: più 10,4% rispetto al 2013. E l’Europa è la maglia nera dei sussidi fossili. Nel Vecchio Continente, infatti, la crescita è stata superiore alla media globale e si prevede un ulteriore incremento del sostegno alle fonti fossili dell’11,6% con 231 miliardi di dollari di investimento. Tra i maggiori investitori, la Cina con 2.272 miliardi (+22%), gli Stati Uniti con 699 miliardi (+14%) e Russia con 335 miliardi (5.7%). In Europa, la maggior sostenitrice delle fonti fossili è la, “green” Germania con 55,6 miliardi di dollari (+10.5%), seguita da Regno Unito con 41,2 miliardi (+12.2%), Francia con 30,1 miliardi (+13.2%), Spagna (24,1 miliardi), Repubblica Ceca (17,5 miliardi) e Italia (13,2 miliardi).

Legambiente ha tracciato un quadro mondiale dei sussidi fossili, realizzato in collaborazione con InfluenceMap e ha presentato un’analisi originale della situazione italiana, una cosa non semplice vista la reticenza e la scarsa trasparenza relativa al tema.

L’associazione ha individuato 14,8 miliardi di euro all’anno di sussidi fossili diretti o indiretti, al consumo o alla produzione, da esoneri dall’accisa a sconti e finanziamenti per opere, distribuiti tra autotrasportatori, centrali per fonti fossili e imprese energivore e aziende petrolifere. Tutte attivitá che inquinano l’aria, danneggiano la salute e sono la principale causa dei cambiamenti climatici. Nella nebbia del bilancio dello Stato vi sono altri sussidi indiretti che non sono stati inseriti nel computo perchè ancora di incerta applicazione o perchè difficilmente paragonabili con gli altri, come le risorse investite dallo Stato in strade e autostrade.

«Il nostro Paese continua a comportarsi come se il problema dei sussidi fossili semplicemente non esistesse, quando tutte le istituzioni internazionali hanno messo in evidenza come siano una barriera per lo sviluppo di un economia decarbonizzata. Anche la legge di Stabilitá 2017 ignora l’argomento e prevede ancora sussidi diretti e indiretti alle fossili. Eppure, oggi le energie pulite sono competitive da un punto di vista dei costi e cancellando questi sussidi potrebbero crescere anche senza incentivi. Nè si comprende perchè il nostro Paese debba continuare a dare miliardi di euro all’autotrasporto, come ai grandi consumatori, senza alcun vincolo di investimento in riduzione dei consumi di combustibili fossili. – dice il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – La ragione è molto semplice da spiegare: in questo modo si tutelano direttamente alcuni interessi che beneficiano di questi sussidi, tra cui lo stesso Stato italiano attraverso l’Eni che paga royalties ridicole alle Regioni e che può dedurre dalle tasse. Ma in questo modo si bloccano innovazioni nel sistema energetico che oggi permetterebbero di creare nuovi e piú numerosi posti di lavoro e di dare una risposta strutturale al tema del costo dell’energia, attraverso le fonti rinnovabili e l’efficienza».

Nel nostro paese, secondo l’analisi di Legambiente, prosegue una sorta di negazionismo, per cui in nessun atto del ministero dello Sviluppo economico o dell’Autoritá per l’energia il tema viene nominato, mentre troviamo sempre accuse sui costi in bolletta legati alle fonti rinnovabili. E abbiamo anche un record negativo.

Per InfluenceMap, tra i paesi del G7 l’Italia è quello con i maggiori sussidi fossili in rapporto al PIL. Siamo allo 0,63% a fronte di una media europea dello 0,17% e molto oltre lo 0,20% degli Stati Uniti e lo 0,23% della Germania. E nelle raccomandazioni che la Commissione Europea ha inviato nel 2015 al governo italiano (Country Specific Reccomendations) si bacchetta il nostro Paese proprio per il ritardo nell’introdurre tasse modulate secondo il principio del “chi inquina paga”, come la carbon tax, e nel rimuovere aiuti dannosi per l’ambiente, come quelli alle fossili.

Tutto ciò mentre il Bel Paese ha piú interesse, di altri, a ridurre i consumi energetici: l’Italia dipende dall’estero per l’approvvigionamento e nel2015 haspeso 34,4 miliardi di euro, calcolando il saldo fra l’esborso per le importazioni e gli introiti derivanti dalle esportazioni.

«Cancellare i sussidi fossili – conclude Zanchini- è infatti la strada piú semplice e lungimirante per aprire nel nostro paese uno scenario d’innovazione, con maggiori opportunitá e lavoro perchè si allarga lo sguardo dalla bolletta energetica a un uso piú efficiente dell’energia in edilizia, nell’artigianato e nei servizi, nelle piccole e medie imprese e nei trasporti. Chiediamo a Renzi di vincere le pressioni delle lobby e di cancellare rendite e sussidi di cui beneficiano le fonti fossili. Dopo la vittoria negli Stati Uniti di Trump, il mondo ha bisogno di scelte chiare per fermare i cambiamenti climatici. Prendere questa decisione prima della chiusura del vertice di Marrakech, può essere una straordinaria occasione per far assumere all’Italia un ruolo da protagonista nell’impegno contro i cambiamenti climatici in Europa e nel mondo».

Ma un forte supporto alle fossili potrebbe arrivare proprio da Bruxelles. La bozza della nuova direttiva sulle rinnovabili, infatti, contiene una serie di elementi molto negativi per le nuove fonti rinnovabili. Si va dagli obiettivi non vincolanti a livello nazionale per le rinnovabili, alla fine della priorità di dispacciamento. Con buona pace per l’accordo di Parigi, sul clima.

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