Cambiamenti climatici: parti invertite

Si sono invertite le parti tra Cina e Usa rispetto ai cambiamenti climatici. Pechino è per l'accordo di Parigi, Washington no

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Secondo molti analisti sui cambiamenti climatici il mondo va avanti nel rispetto degli impegni sottoscritti con l’accordo di Parigi contro il riscaldamento globale.

Solo che ora le parti dei protagonisti si sono invertite, con gli Usa che “frenano” e la Cina che “tira” per il rispetto dell’accordo di Parigi. Trump, questo accordo non vorrebbe rispettarlo, ma «è isolato», dice il direttore dell’ufficio europeo di Legambiente, Mauro Albrizio, esperto di negoziazioni sui cambiamenti climatici.

«I petrolieri e le lobby del carbone statunitensi sono multinazionali con grossi business all’estero e vogliono rimanere nell’accordo sperando di rallentarne l’applicazione, altrimenti perdono affari. -spiega Albrizio – L’impegno di Parigi è di contenere l’aumento della temperatura media globale entro i due gradi, meglio se 1,5°C, ma a oggi – con gli accordi siglati a Parigi, N.d.R. – siamo intorno ai 3°C e quindi sono necessarie riduzioni aggiuntive delle emissioni».

Il vero test non sarà la Cop di questo anno a Bonn ma quella del 2018 in Polonia- paese riottoso circa la limitazione delle emissioni – che sarà il primo e vero momento importante per la revisione al rialzo degli impegni, circa i cambiamenti climatici che per gli Usa sono di una riduzione annuale tra il 26 e il 28% entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. E proprio nella nazione guidata da Donald Trump si sta registrando una crescente opposizione.

«Negli Usa, una quindicina di Stati hanno scelto la svolta green con energia rinnovabile e shale gas che stanno riducendo le emissioni. – prosegue Albrizio – Oggi la quota degli Usa per inquinamento globale è del 13,5%. Molto si fa anche sul fronte dell’efficienza energetica e quindi è il mercato che aiuta il clima».

E nel frattempo anche nel Paese piú inquinato del mondo, la Cina, le emissioni stanno calando, quota 25,3%, come nell’Ue, quota 9,1%. E anche l’India, seppure con tempi lunghi sta abbandonando il carbone.

La decarbonizzazione sembra essere, quindi, la strada maestra, con l’eolico, il solare e il gas – da molti osservatori visto come una fonte di transizione utile per traghettare le rinnovabili verso la sicurezza di sistema.

Se gas e rinnovabili producono circa il 60% dell’energia, oggi il problema riguarda i trasporti che inquinano ancora molto. L’esempio da seguire, secondo Albrizio, è l’elettrificazione come dimostra Tesla, che ha sorpassato Ford diventando la seconda casa automobilistica americana per valore di mercato, anche se c’è da dire che l’eccesso di attenzione verso imprese che hanno asset solo ipotetici e o immateriali da parte di Wall Strett viene giudicato da molti osservatori come un prologo per una bolla come quella degli anni 2000 che ha riguardato internet.

Nel frattempo è scaduto da 48 ore l’ultimatum lanciato la settimana scorsa dal Presidente degli Stati Uniti, Donad Trump, circa la disdetta degli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Voci non confermate raccontano di tensione nello staff del Presidente sui cambiamenti climatici.

Con il segretario di stato Rex Wayne Tillerson che nonostante sia l’ex CEO di ExxonMobile sarebbe per una conservazione dell’accordo circa i cambiamenti climatici, mentre Steve Bannon, uni dei consiglieri più ascoltati da Trump sarebbe per un’uscita rapida degli Usa dall’accordo.

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