Ponte Morandi: la distanza

La vicenda di ponte Morandi pone il problema della distanza e della solitudine e della perdita del senso di comunità

ponte morandi Genova
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La vicenda di ponte Morandi a Genova offre una sola immagine: la distanza.

È distante Società Autostrade che con i suoi burocratici comunicati nei quali si fa fatica a trovare parole di cordoglio per le vittime, persone che si sono affidate con un contratto chiamato pedaggio, sembra arrivare da Marte.

È distante il pezzo di politica che ha gestito nei fatti le concessioni autostradali rendendole incompressibili e addirittura, oggi in parti però essenziali, segrete.

È distante l’intellighenzia, specialmente quella della sinistra italiana, per la quale sembrano essere più importanti le quotazioni in borsa del titolo Atlantia che le prospettive future della mobilità italiana.

È distante il Governo attuale che annaspa tra dichiarazioni contraddittorie, tentando di muoversi tra l’onda dell’emozione e i vincoli di governo.

È distante il mondo del giornalismo che si schiera, contro il governo, pro governo, contro Autostrade, pro Autostrade.

È distante chi difende, e sono in molti, le ragioni dell’azienda in quanto tale, senza chiedersi come opera l’azienda.

Ed è una distanza profonda. Netta e sentita dalle persone perché il ponte Morandi era un simbolo, un’immagine radicata nella memoria collettiva – chi non ci era mai passato su quell’incredibile ponte che sembrava far volare l’automobile sopra la città trasformandola in astronave pronta al decollo, nei miei viaggi estivi da bambino da Torino a Levanto.

E ancora le vittime della tragedia di ponte Morandi sono di tutte categorie, persone che vanno in macchina nelle quali ognuno si identifica. Siamo tutti noi. E tutti sono distanti da noi.

Ed è questa incapacità profonda, di mancanza di empatia verso le vittime che è il denominatore comune. A cominciare dai principali azionisti di Autostrade i Benetton la cui assenza totale stride se confrontata con le loro campagne sociali degli ultimi trenta anni, per finire agli esponenti politici di ieri e di oggi.

Ed è ancora più netta la distanza voluta dai familiari delle vittime che per metà hanno rifiutato i funerali di Stato. Ovvio. È la distanza, gridata, da coloro che non sono stati difesi dallo Stato, mentre pensavano di esserlo.

E il risultato della distanza è la solitudine, l’abbandono e lo sconforto. La perdita del senso di comunità che il Capitale vuole e per la quale lavora, perché distanti e soli, si è più sfruttabili.

Tutte condizioni che impediscono la visione del futuro. Quella visione che cinquanta anni fa aveva portato alla realizzazione di Ponte Morandi e che oggi, schiacciati dal nostro presente, non riusciamo a immaginare nemmeno come metodo.

E un paese senza una visione del futuro è un paese morto.

Che può solo subirli i crolli, senza ricostruzione.

Io non ci sto. Il futuro voglio continuare a immaginarlo.

Anche perché se non si progetta il futuro, sarà il futuro a progettare noi. E la cosa potrebbe non piacerci.

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2 Commenti su Ponte Morandi: la distanza

  1. Quando sei costretto a lavorare solo per un vitto e alloggio è difficile avere la forza di pensare a un futuro migliore! Il piano dei capitalisti massimizzatori dei profitti senza alcuna soglia minima di etica è chiaro a molti…anch’io non ci sto e per questo non rimango in silenzio. Condivido il pensiero esposto in questo emozionante articolo.

  2. E’ vero ciò che dici. Ma è necessario saper immaginare il futuro, proprio perchè il solo immaginarlo è già di per se stesso “sovversivo”. Il Capitale vuole avere l’egemonia sul futuro per poter espandersi. Si ciba del futuro degli altri, se ne nutre a proprio uso esclusivo. Per questo motivo oltre che immaginarlo bisogna imporlo il proprio futuro.

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