Sen, banco di prova per l’informazione

Dopo la Sen, cambia il ruolo dell’informazione che dovrà essere più attenta ai contesti ed elaborare in proprio

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Abbiamo la Strategia Energetica Nazionale. Criticata nella prima fase perché affidata a uno studio privato ed estero, poi per il periodo di consultazione troppo breve, in seguito allungato, la Sen ha visto la luce e il suo contenuto cambierà, metodologie d’azione degli ambientalisti e i modi di comunicare l’energia da parte dei media ambientali. Andiamo con ordine. I capisaldi della Sen sono l’uscita entro il 2025 dal carbone, la quota del 55% di rinnovabili nell’elettrico al 2030, 175 miliardi d’investimenti nell’energia, 10,2 MTep di consumi l’anno in meno, migliorando l’efficienza energetica. Tradotto in numeri: zero (carbone), 55 (per cento di rinnovabili) 175 (miliardi d’investimento) 10,2 (di negawatt, ossia d’efficienza energetica) e infine 13 (gli anni che mancano al 2030). Finalmente in un paese allergico ai numeri, ora li abbiamo e si chiamano obiettivi.

Nei prossimi tredici anni quindi la critica e l’informazione circa l’energia in Italia non potranno prescindere da questi numeri e il compito sia degli ambientalisti sia dei giornalisti specializzati in ambiente sarà quello di verificare che alle parole scritte sulla carta, dobbiamo ricordare che la Sen non è una legge, seguano i fatti. E sarà uno scenario complesso perché nel frattempo alla Sen si aggiungeranno le nuove direttive europee del “winter package”, le analisi delle Nazioni Unite sul clima, i dati sull’utilizzo dell’energia in tutto il Pianeta e, candelina sulla torta, la partita dell’economia circolare, che ha connessioni sempre più strette al mondo dell’energia. In pratica si tratterà di passare dalla “semplice” denuncia sull’assenza di politiche e obiettivi, all’analisi costante delle mutazioni del panorama energetico e alle osservazioni sull’andamento, in negativo o in positivo, delle politiche in questione, mettendole in relazione agli obiettivi.

Si è in grado di fare ciò? Sul fronte delle associazioni ambientaliste penso di sì, poiché da alcuni anni è stata intrapresa proprio la strada che mette in risalto l’analisi della complessità, mentre sul fronte giornalistico credo sia un percorso tutto da fare. I giornalisti specializzati in ambiente vivono in un contesto editoriale generale nel quale l’approfondimento è visto come un oggetto non più necessario che lede la produttività quotidiana del giornalista e non produce fatturato.
Ciò significa che il mondo editoriale italiano non è in grado di utilizzare il valore dell’approfondimento e della contestualizzazione che sono alla base del giornalismo ambientale. Il risultato è che spesso il giornalista diventa una “cinghia di trasmissione” dei comunicati stampa, di associazioni, istituzioni o industrie, abdicando così al ruolo critico dell’informazione e ponendosi al di fuori del giornalismo stesso. Anche e specialmente quando si tratta d’ambiente, le contestualizzazioni, i confronti e le elaborazioni di tesi e dati, sono
essenziali per capire e far capire ai lettori cosa stia succedendo, dando loro, assieme all’informazione, anche gli strumenti critici per interpretare il reale. Un esempio di ciò è l’informazione sull’adattamento ai cambiamenti climatici che, nonostante sia essenziale per la vita delle persone, è insufficiente perché bisogna mettere in connessione territori, regolamenti edilizi, dati meteo e quant’altro. Troppo complicato per l’informazione italiana che spesso preferisce non impegnarsi a fondo, preferendo le astratte tonnellate di CO2 che essendo invisibili, nell’immediato creano meno problemi. A tutti, petrolieri compresi.

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