Artico sotto attacco

Parte la corsa per lo sfruttamento dell'Artico che già soffre sotto ai colpi del riscaldamento globale e dei cambiamenti del clima

artico nave
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Artico ultima frontiera. Non parliamo delle esplorazioni, che si sono concluse da anni e nemmeno di un film di Star Trek ma dallo sfruttamento di una delle ultime zone “incontaminate” del Pianeta. Una nuova frontiera che ha una dinamica emblematica, paradigma dei tempi che ci aspettano in un futuro prossimo. Lo scioglimento dei ghiacci artici, dovuto al riscaldamento globale, infatti, aprirà l’utilizzo di quest’area alle fonti fossili, incrementandone l’utilizzo. Ma andiamo con ordine. La contrazione dei ghiacci, ora, sta aprendo nuove rotte commerciali, rapide e poco costose, che saranno utilizzate specialmente per lo sfruttamento e il trasporto di fonti fossili, con priorità per il gas naturale. Sono circa dieci anni, infatti, che l’Esa, l’Agenzia spaziale europea, ha dichiarato assolutamente utilizzabile per il traffico commerciale via nave, il passaggio a Nord/Ovest, ossia il tratto di mare tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico a nord degli Stati Uniti e il Canada, all’interno del Circolo Polare Artico. E non è una cosa da poco visto che fino al 2007 la rotta era sempre stata bloccata dalla presenza dei ghiacci. Uno scenario che se da un lato è positivo per il commercio internazionale in generale è un indice netto di ciò che sta accadendo al Pianeta. Nel frattempo anche il più problematico passaggio a Nord/Est si sta aprendo. Per intenderci è quello che interesserà di più noi europei, visto che permetterà il transito dal’Atlantico al Pacifico accorciando la rotta tra i porti del Nord Europa e l’Asia. Si tratta di un percorso che è transitabile senza pericoli dai mercantili convenzionali durante i mesi tra luglio e novembre e che dovrebbe essere completamente utilizzabile dopo il 2030, proprio a causa dell’aumento delle temperature dovute al riscaldamento globale.

 

Artico mite

E le ultime notizia che arrivano dalla Noaa (l’Agenzia meteorologica statunitense) circa l’Artico confermano il quadro inquietante. L’inverno scorso, per l’Artico, è stato mite. Troppo mite. Il mese di gennaio 2017 ha visto l’estensione minore del ghiaccio artico da quando sono iniziati i rilevamenti da satellite della sua superficie, nel 1979, con una perdita di 260mila chilometri quadrati rispetto al 2016. Per dare una proporzione si tratta della superficie di tutta l’Italia peninsulare, quindi isole escluse. E ha fatto caldo. A Barrow, in Alaska tra novembre 2016 e gennaio 2017 la temperatura media è stata di meno 15,3°C, mentre nello stesso periodo, tra gli anni 1921 e 2015 era stata in media di meno 22,2°C. Con ondate di calore tali che hanno fatto si che a dicembre 2016 in alcune zone del Circolo polare artico ci sia stata pioggia anziché neve. E gli ultimi quattro anni son stati tra i primi dieci anni più caldi, al Polo Nord, da quando si è iniziato a registrare in maniera sistematica la temperatura terrestre.

 

Evidenze d’immagine

E gli effetti sono evidenti anche a livello fisico. Il fotografo inglese Timo Lieber, specializzato in immagini dall’alto, lavorando sulla calotta artica per il Scott Polar Research Institute di Cambridge ha prodotto una serie d’immagini, pubblicate sul Guardian, che hanno come soggetto la superficie dell’Artico e che sono caratterizzate al contrasto tra il bianco del ghiaccio e il blu dei laghi polari. «Sono immagini volutamente astratte, ma gli scienziati del Scott Polar Research Institute le hanno confrontate con quelle satellitari dei decenni passati e hanno verificato che i laghi sono aumentati di numero. E parecchio», ha detto Lieber al Guardian. E segnali preoccupanti arrivano anche da altri scienziati. «I segnali d’avvertimento sul riscaldamento dei poli si stanno facendo sentire. – ha detto Marcus Carson del Stockholm Environment Institute, che è uno degli autori del “Arctic Resilience Report“, pubblicato nell’autunno 2016. – Si tratta di fatti che possono avere effetti importanti in zone molto distanti». Lo scioglimento dei ghiacci a questo livello, secondo gli autori del rapporto, potrebbe avere ripercussioni catastrofiche in zone fragili e molto distanti, come le coste asiatiche che s’affacciano sull’Oceano Indiano.

 

Mercati al caldo

E non basta. Tra l’ottobre e il novembre 2016, infatti, un pool congiunto di ricercatori statunitensi e danesi ha rilevato una temperatura media dell’aria più elevata di 20°C mentre quella dell’acqua lo era di 4°C. Ed è una situazione che potrebbe peggiorare, sul fronte climatico, proprio per il “miglioramento” delle temperature sul fronte delle rotte e dei mercati energetici. Lo scioglimento dei ghiacci, infatti, oltre a consentire i passaggi a Nord/Est e a Nord/Ovest, potrebbe “migliorare” sia sul fronte della logistica, sia sotto al punto di vista dell’estrazione, le condizioni complessive dell’estrazione delle fonti fossili custodite al di sotto dell’Oceano Artico. Si stima, infatti, che nel Circolo Polare Artico siano custodite il 30% e il 13%, rispettivamente delle riserve mondiali di gas naturale e di petrolio. E si tratta di stime per difetto, perché realizzate, senza sondaggi precisi almeno una decina d’anni addietro. Queste risorse non sono state sfruttate, fino a ora, più che altro per una questione di costi e di tecnologie disponibili. Ma l’aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento del prezzo del barile potrebbero cambiare radicalmente le cose. Le mutate condizioni climatiche consentiranno l’estrazione, e la gestione logistica, di queste risorse fossili a prezzi inferiori a quelli passati. E c’è da tenere in conto il fatto che uno dei principali attori dello sfruttamento dell’Artico, la Russia, produce il 20% del proprio Pil, con l’estrazione delle risorse da quella zona, mentre altri due degli attori della zona a livello geopolitico, Stati Uniti e Canada, potrebbero essere disponibili a investire sull’estrazione Artica delle risorse fossili. I primi per la vittoria di Donald Trump, che non ha mai fatto mistero del suo scetticismo circa i cambiamenti climatici e la sua simpatia verso le fonti fossili, mentre il Canada è una nazione tecnologicamente e culturalmente attrezzata all’estrazione “problematica” del petrolio vista l’attività sulle sabbie bituminose nella regione di Alberta e l’avvio dei processi d’autorizzazione alle trivellazioni in Artico, richiesti dalle compagnie petrolifere. E a tutto ciò s’aggiunge il tentativo di rivendicazione sia da parte della Russia, sia dal Canada, della giurisdizione territoriale in virtù di una estensione, tutta da provare a livello internazionale, delle rispettive piattaforme continentali. E non è una partita da poco. Secondo Igor Sechin, amministratore della compagnia petrolifera controllata dal Governo russo, Rosneft, le riserve del campo petrolifero off shore del Mare di Kara, nella Siberia occidentale, sono pari a quelle dell’Arabia Saudita.

Lo scenario che si configura, quindi, è preoccupante. Lo scioglimento dei ghiacci artici, favorirà lo sfruttamento delle fonti fossili presenti nell’area, il cui consumo aumenterà la scomparsa della calotta polare artica. Un circolo vizioso che potrebbe innescare effetti climatici assolutamente imprevisti per tutto il Pianeta.

 

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