Clima: accelerata d’emissioni

Sul clima si nota un'accelerazione complessiva delle emissioni anziché una frenata, nonostante il "Paris Effect", dell'Accordo di Parigi.

Inquinamento clima
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Lo chiamano “Paris Effect”. Ossia l’influsso che sta avendo l’accordo sul clima siglato a Parigi nel dicembre 2015. Si tratta di una serie di segnali che “potrebbero”, il condizionale è d’obbligo, dare un’indicazione in direzione di una svolta in fatto di clima.

Ma che non sono determinanti se inquadrati in un contesto più generale. La città di New York, per esempio ha deciso per essere a “carbone zero ” dal 2020, così come l’Oregon ne ha votato l’uscita rapida. Per non parlare della reazione all’offensiva contro il clima di Trump, da parte di molte città statunitensi. Ma altri segnali sotto questo profilo sono ben più tiepidi.

La Cina, infatti, ha annunciato di recente, la sospensione nella costruzione di nuove centrali a carbone per i prossimi tre anni. Una decisione relativa al “Paris Effect”, oppure legata alla diminuzione del Pil del gigante asiatico e alla drammaticità dell’inquinamento locale? Il Pil cinese, infatti, ha visto nel 2016 un aumento del 6,7%, poco lontano “dall’abisso” del 31 marzo del 2009 dove toccò un aumento “solo” del 6,2% che se confrontato con i picchi, verso l’alto, del 14,9% del 30 giugno 2007 pre-crisi e del 10,6% del 2010 post-crisi, rende bene l’idea di cosa stia succedendo all’economia cinese in questo periodo.

Meno Pil, meno consumo d’energia e meno necessità del carbone, quindi. Se poi guardiamo anche ai dati ambientali il quadro appare chiaro. Un anno fa, nell’ottobre 2016, nonostante il piano antinquinamento messo a punto dalla municipalità di Pechino, la capitale del gigante asiatico ha raggiunto una media di 700 microgrammi per metro cubo di PM2,5 nell’aria, con un picco di 993 microgrammi per metro cubo nel centro città.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, fissa in 25 microgrammi per metro cubo la soglia di sicurezza dei PM2,5. In questo quadro è ovvio quali siano le priorità della Cina. E infatti il governo di Pechino parla di sospensione per tre anni nella realizzazione di nuove centrali a carbone, non dell’abbandono di questo combustibile fossile. È una decisione, quindi, che potrebbe essere rivista a breve nel caso l’economia dovesse risollevarsi.

Discorso analogo circa il disinvestimento dalle fossili. La municipalità di Copenaghen ha cessato gli investimenti nelle fossili, mentre il fondo pensione degli insegnanti californiani hanno disinvestito dal carbone, il fondo del sistema sanitario norvegese ha levato dal proprio portfolio 52 aziende “carbonifere” e tutti i fondi legati alla famiglia Rockefeller, e qui c’è un bel segnale, sono usciti dai fossili.

Il problema è che anche se si tratta di indizi importanti hanno una rilevanza piccola rispetto alla massa globale degli investimenti energetici. Secondo il World Energy Investment Outlook 2016 dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, la Iea, nel 2015 sono stati investiti nel settore energetico a livello globale 1.830 miliardi di dollari , dei quali il 45%, pari a 810 miliardi nel settore Oil&Gas, mentre il 37% nel settore elettrico, investimenti che sono andati alle rinnovabili per 290 miliardi di dollari e per 376 miliardi nelle reti elettriche.

E il carbone rimane comunque un protagonista, visto che, anche se subisce un certo declino, causato dalla riduzione del suo utilizzo da parte di Cina e, forse negli Stati Uniti, ma a favore del gas, rimane la seconda fonte energetica, con l’India che prosegue i suoi investimenti in maniera massiccia. Le rinnovabili, nel frattempo, hanno visto un incremento negli investimenti dell’1% passando dal 16 al 17%. Certo le fossili sono passate dal 61% del 2014 al 55% del 2015, ma in un quadro dove gli investimenti complessivi del settore energetico sono diminuiti dell’8% nel giro di dodici mesi.

Il trend  delle rinnovabili è lento, troppo lento, rispetto le urgenze climatiche. E in questa traccia si insinua anche quella che è stata la politica europea, solo un decennio addietro il Vecchio Continente, infatti, è stato all’avanguardia del cambiamento energetico e climatico, con gli obiettivi del 20-20-20 al 2020. Ai quali hanno fatto seguito quelli al 2030 che non sono altrettanto incisivi rispetto ai precedenti e soprattutto non fissano, ancora una volta, dei target obbligatori in materia d’efficienza energetica, a meno di un colpo di reni del parlamento europeo, contro la Commissione.

Insomma sul fatto che il driver del cambiamento circa il paradigma energetico sia il clima, si potrebbe avere qualche dubbio. E sarebbe bene non farsi prendere da facili entusiasmi come quelli legati al successo della prevendita della nuova auto elettrica di Tesla, la Model 3, visto che nel frattempo continuiamo ad emettere 32,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (dato 2016), contro i 15,4 miliardi del 1973. Anche se di deve registrare il fatto che sono tre anni che l’andamento è piatto delle emissioni, nonostante il Pil globale del 2016 sia aumentato del 3,1%, sancendo anche lo scorso anno il disaccoppiamento tra Pil ed emissioni climalteranti.

Con l’Italia che ha visto un meno 2,9% di emissioni, ma a fronte di un aumento di Pil del solo 0,9% del 2016. Insomma si tratta di segnali deboli sul fronte delle riduzioni di emissioni che sarebbero positivi se dovessero essere attribuiti al solo utilizzo delle rinnovabili, ma che diventerebbero un problema se si dovessero assegnare anche all’efficienza energetica.

Il perché è presto detto. Mentre le rinnovabili possono avere delle dinamiche di sostituzione delle fonti fossili fino ad arrivare a cifre importanti, l’efficienza una volta superata una soglia del 25-30% diventa difficile da aumentare ulteriormente a meno che non intervenga una tecnologia di rottura come i Led per l’illuminazione.

Cosa difficile che accada in settori industriali maturi come quelli manifatturieri, mentre nel campo del trasporto la novità potrebbe essere l’auto elettrica, ma si tratta di aspettare un ciclo di almeno una decina d’anni per avere cifre significative in questo settore.

Un recente studio dell’istituto Ambrosetti, per esempio, offre uno scenario di penetrazione dell’auto elettrica al 2030 in Italia tra i 3 e i 9 milioni di autovetture. Non male nel dettaglio ma non bene per il clima visto che con ogni probabilità al 2030 avremo immesso in atmosfera a livello mondiale altri 545,7 miliardi di CO2. Il tutto mentre il Pianeta vede, per la prima volta da 800mila anni, le 406,94 parti per milione di CO2 nell’atmosfera di settembre 2017: un anno prima erano 404,42 ppm. 2,52 parti per milione di CO2 accumulate in un anno. Se si continuasse con questo trend nel 2030 saremmo a 437,18 ppm (aumento di 32,76 ppm). In pratica in tredici anni avremmo l’aumento di concentrazione di CO2 che è avvenuto nei precedenti 15. Un’accelerazione anziché una frenata, nonostante il “Paris Effect”.

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